Il direttore generale Tim Davie e l’amministratrice delegata della Divisione News Deborah Turness si sono dimessi dal rispettivo incarico, prendendosi la responsabilità di un servizio televisivo che presentava in modo fuorviante un discorso di Donald Trump.
Il programma “Trump: Second Chance?” andato in onda l’anno scorso faceva sembrare che il biondo condottiero avesse direttamente incitato alla violenza il 6 gennaio 2021, quando – lui all’opposizione – un gruppo di “turisti” esuberanti ha visitato il Campidoglio americano non rispettando il protocollo formale, i vincoli di accesso, il dress code, il tono della voce, il divieto di toccare e spostare oggetti e piccole altre irrilevanti regole locali.
Due frasi – l’invito a raggiungere Capitol Hill e l’esortazione a “combattere ferocemente” – pronunciate dal signor Donald a 50 minuti di distanza e in contesti diversi sono state avvicinate e il montaggio del video avrebbe portato a travisare le parole di chi oggi siede nuovamente alla Casa Bianca.
Non è una notizia “fake”. La sarebbe stata se avesse voluto far credere alla gente che Trump aveva detto ai suoi sostenitori di stare fermi, di non occupare uffici e sale di indiscussa sacralità, di rispettare le leggi in vigore. Avrebbe potuto essere una bufala la narrazione di un Trump che si dispiaceva dell’irruzione dell’orda barbarica e la criticava aspramente. Il servizio, ritoccato con l’innocenza di chi ricorre al chirurgo plastico per ottenere lineamenti più gradevoli, ha probabilmente solo accentuato i toni ma non ha certo fornito una immagine del protagonista tanto difforme da quella che – senza taglia e cuci di fotogrammi – ci viene recapitata quotidianamente…
Lo scandalo in questione è stato sollevato a seguito della diffusione di una nota interna redatta dall’ex giornalista Michael Prescott che accusava la sua emittente di esser venuta meno alla tradizionale imparzialità e di aver creato una pericolosa distorsione dei fatti.
La divulgazione del documento ottenuto dal giornale conservatore The Telegraph ha indotto i due top manager di BBC a lasciare l’azienda di informazione e ha innescato le inevitabili polemiche.
L’uscita di scena di Davie e della Turness non è una ammissione di colpa, ma solo il comprensibile desiderio di deviare lo tsunami di critiche che potrebbe incrinare l’immagine di uno dei più seri capisaldi del giornalismo mondiale.
La stampa non allineata è facile bersaglio di chi ama fare la voce grossa e le dimissioni non sono una fuga, ma un gesto coraggioso e davvero raro a vedersi.
L’episodio si incastona in una corona di gioielli di accuse ai mass media che non si allineano e si ostinano ad offrire al pubblico un racconto dei fatti che non collima con la riscrittura della storia cui ambiscono molte formazioni di governo.
Il fatidico “appunto interno” è uscito da una delle stanze della BBC e non è stato certo semplicemente un caso di “whistleblowing” ovvero di doverosa segnalazione di illeciti.
Il “taglio” del video calcava indubbiamente la mano sulla condotta di Trump, ma non è quell’oretta di distanza tra le due frasi a smentire la vicinanza, la solidarietà e se vogliamo l’ispirazione a chi a messo a ferro e fuoco un palazzo simbolo degli Stati Uniti.
La storia è un segnale spaventoso. E’ un avvertimento che pesa come un macigno su chi non ha capito di non doversi fidare di nessuno. E’ un monito per chi lavora seriamente e si espone coinvolgendo anche terzi che non sanno di poter essere successivamente chiamati in causa. E’ una intimidazione a chi ha fonti e ne vuole tutelare l’anonimato, ma che oggi sa che i suoi cassetti sono di vetro e che il suo computer è dominato da software che ne sanno radiografare ogni singolo bit.
E’ una minaccia che arriva anche dalle nostre parti dove c’è chi insiste a remare controcorrente…












