Hanno parlato tutti tanto di violenza urbana e poco di ragioni delle proteste. Questo spostare l’attenzione è amplificato dall’essersi concentrati parecchio sugli aspetti tecnologici che nei fatti recenti non hanno solo fatto semplicemente da contorno.
Qualcuno ha ritenuto di riconoscere negli smartphone e nei computer qualcosa che ha reso più pericolosi le persone scese in piazza, facendo immaginare disegni criminosi anche dove non c’erano.
Vale la pena capire in modo libero da pregiudizi gli ingredienti hi-tech come hanno interferito nelle vicende che la cronaca ha portato nelle nostre case.
Va subito detto che sono cambiati i tempi. E’ vero. Abbiamo dimenticato l’era del ciclostile, del volantinaggio, dei manifesti e dei tazebao.
Le tecnologie hanno modificato radicalmente il modo di restare in contatto e offerto la possibilità di raggiungere chiunque ovunque.
Questo mutamento non conosce limiti. Anche l’organizzazione di manifestazioni di protesta non può prescindere dal servirsi di siti web, social network, social media e messaggistica istantanea. Quei sistemi sono fondamentali per illustrare le problematiche, per sensibilizzare, per trovare adesioni e per gestire la partecipazione…
Forse viene da chiedersi quali siano le caratteristiche che hanno aperto un varco nelle abitudini della gente e nelle modalità di chi cerca di raggruppare persone per esprimere dissenso, per rivendicare diritti, per chiedere ascolto a chi governa e decide.
I social e i vari Whatsapp, Telegram e Signal garantiscono istantaneità, immediatezza e capacità di rimbalzo del messaggio originario. Come in una sorta di galleria degli specchi per le immagini riflesse, la propagazione è fulminea e in attimo arriva a destinazione e porta con sé parole, voci, immagini…
E’ ovvio che spaventa il cattivo uso che può farsene. Terrorizza il possibile utilizzo da parte dei rivoltosi, ma non si ha la capacità di distinguere chi protesta legittimamente e chi invece persegue obiettivi delittuosi. Se ci si fa caso, tutti hanno parlato del Movimento 17 Ottobre e nessuno ha sottolineato la probabile esistenza di un “secondo gruppo, fatto di criminali e di infiltrati sobillatori…
La radio, la televisione e i giornali hanno fatto pensare ad una manovra internazionale, ad una regia straniera con chissà quale risultato da ottenere.
La storia ci insegna che ci sono Paesi che tradizionalmente hanno usato l’arma della propaganda per soffiare sul fuoco del malessere sociale, dell’insoddisfazione, dell’intolleranza e della rabbia. All’industria bellica tradizionale, si affiancano i produttori di fake news, di video tanto verosimili quanto fasulli, di forum e discussioni basati su falsità epocali… La partita è giocata sulla povertà culturale, sulla pigrizia ad informarsi, sull’incapacità di verificare le fonti…
Nazioni come la Russia lavorano da sempre per muovere le coscienze e adesso un obiettivo è quello di sbriciolare un’Europa che da sempre fa fatica a coagularsi. Un filmato che diventa virale può avere conseguenze drammatiche sotto il profilo dell’ordine pubblico.
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