Le polemiche sul provvedimento che vuole sfruttare l’intelligenza artificiale per il riconoscimento facciale sta ribollendo.
L’obiettivo è chiaro e condivisibile: contrastare possibili reati in luoghi considerati a rischio o in occasione di eventi particolari ove sussistono esigenze di ordine e sicurezza pubblica.
Purtroppo il metodo per raggiungere lo scopo prefissato non è altrettanto trasparente e certo non trova facile consenso tra chi ha un briciolo di rispetto per i diritti civili e chi ha un minimo di confidenza con determinate soluzioni tecnologiche.
La videosorveglianza non è certo una novità e somiglia ad un’ombra da cui è impossibile separarsi. Abbinata all’intelligenza artificiale, ahinoi, si rivela uno strumento di pericolosità estrema.
Ad allarmare il cittadino sono parecchi dettagli che dettagli non sono. La bozza di decreto legislativo non è rassicurante.
Legittime perplessità e fondati timori sono innescati in particolare dagli articoli da 7 a 10 che parlano delle attività di categorizzazione, etichettatura e filtraggio di dati biometrici da parte di sistemi automatici di intelligenza artificiale.
L’attenzione si sofferma anzitutto sull’articolo 8, quello che ammette l’uso eccezionale di sistemi di IA per l’identificazione biometrica remota in tempo reale di persone fisiche in luoghi pubblici o aperti al pubblico, da parte delle Forze di polizia.
Tale norma contemplerebbe la prevenzione di specifiche e gravi minacce reali, (relative ad un attacco terroristico ovvero alla vita o all’incolumità delle persone) oppure la ricerca di persone scomparse o di vittime dei reati di sequestro di persona, tratta di esseri umani o sfruttamento sessuale.
Il ricorso all’intelligenza artificiale dovrebbe essere limitato alla conferma dell’identità di persone specificamente interessate ovvero alla ricerca mirata ed alla localizzazione di persone altrettanto precisamente individuate o individuabili in relazione alla minaccia o alla ricerca in corso.
Alle buone intenzioni si affiancano però le fin troppo ovvie preoccupazioni che potrebbero prendere vita da un trattamento automatizzato su larga scala, che finirebbe con il riguardare anche individui che – presenti in luoghi pubblici – non sono oggetto di ricerca da parte delle forze di Polizia.
Le perplessità sono più che fondate perché l’identificazione di una persona sarebbe realizzata attraverso il trattamento dei dati biometrici di tutti coloro che sono presenti in un determinato spazio.
Tale operazione è infatti necessaria per generare modelli confrontabili con quelli dei soggetti inclusi nella cosiddetta “watch-list”, ovvero la lista delle persone “sotto osservazione”.
Il passo da una ragionevole “sorveglianza mirata di alcuni” ad una spaventosa “sorveglianza diffusa” è estremamente breve.
Determinati sofisticati strumenti hi-tech sono capaci di incredibili performance ma non offrono mai la certezza e l’attendibilità del risultato. Si rischia di passare dalla eccezionalità del loro impiego (limitata in un ristretto range di casi) ad una “ordinarietà” che non è affatto prevista o semplicemente ammissibile.
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