Chi è fuori è fuori. Alla Spagna bastano e avanzano il 16% di immigrati regolarizzati cui si aggiungeranno gli almeno cinquecentomila delle più recenti decisioni governative.
Il PIL è salvo, la diminuzione del tasso di natalità compensata e, quindi, porta chiusa col catenaccio anche alle poche decine di migliaia di ragazzi approdati sul territorio battente bandiera madrilena con la non ingiustificata speranza di una vita nuova. Se non proprio in Spagna, col benestare di essa, in qualche parte dell’Unione Europea.
Quella porta chiusa, dunque, realtà e simbolo del potere, della sovranità: chi l’apre la può chiudere quando vuole e può farlo anche senza preoccuparsi del futuro.
Perché non saranno le boe messe in fretta e furia a galleggiare sul mare a fermare i nuotatori che lì ed altrove, anche su improbabili vascelli, continueranno a voler raggiungere le rive di paesi in cui – gli dicono – si sta meglio. I telefonini, le tv mostrano le pubblicità per il cibo degli animali domestici in Europa a chi, nel Sub Sahara, dispone di meno di due euro al giorno per mettere insieme vitto e alloggio.
In Africa, ci sono un miliardo e mezzo di persone il cui PIL non raggiunge i quattromila miliardi di dollari. Di fronte ai loro litorali, l’Unione Europea sta intorno ai 18 mila miliardi di euro e a trarne beneficio sono in meno di cinquecentomila persone.
Perché, allora non tentare, comunque, di scardinare quella porta chiusa?
Non ci voleva certo Rita Pavone, quando cantava Viva la pappa col pomodoro, a ricordare l’insegnamento della storia di sempre e cioè che “Un popolo affamato fa la rivoluzione” e che, se quella in casa non basta, si sfonda la porta della casa accanto dove di pappa, pomodoro e tanto altro ce n’è d’avanzo.
E, se anche noi, l’antica ricca Europa, ci trovassimo in futuro a dover passare per altre porte verso un benessere che non è detto ci sarà sempre assicurato?
Negli ultimi decenni, la popolazione mondiale è triplicata: non è mai successo che in così breve tempo si passasse da tre a più di otto miliardi. E noi, gli europei? Se prima eravamo un sesto di essa, oggi, con meno di cinquecento milioni nell’UE, siamo diventati un sedicesimo.
D’altronde, basta guardare la composizione del G 20, il sussiegoso Gruppo dei paesi più ricchi del pianeta. Chi c’è ora e chi non c’è più. Sono entrati nel club, ad esempio, il Brasile e l’Indonesia che fino a qualche decina d’anni fa erano colonie europee del Portogallo e dell’Olanda. Due paesi dei quali non c’è traccia nell’attuale G 20.
Per non dire dei rapporti con gli USA. Chi avrebbe mai potuto credere che essi, in pochi anni, si sarebbero trasformati al punto tale che gli Americani manca poco ci considerino una colonia se non una dependance, peraltro, neanche tanto indispensabile?
In questa situazione, nel vecchio continente i tempi stringono per decidere se esistere come soggetto in grado di giocare da campione sullo scacchiere internazionale, oppure continuare nella frantumazione delle risorse, dei programmi, delle iniziative che accompagnano il progressivo allontanamento dal disegno originale di un Europa che, non a caso, ebbe alla base la costruzione della CED, la Comunità di Difesa, che non fu realizzata allora e non pare sia agevolata dai sovranismi nazionali ed annesse beghe propagandistiche interne.
La CED, la difesa insieme e non in semplice coordinazione, richiede anche e anzitutto impegni finanziari. Come pure le politiche sociali, delle tecnologie, dell’ambiente, dei commerci e della produzione in generale. Tutte cose che, però, presuppongono entrate proprie dell’UE e non devolute dai singoli stati, fiscalità comune, governance autorizzata direttamente dai cittadini. Il Bilancio federale americano è più del 30% del PIL. Quello di Bruxelles solo l’1%.
Insomma la chiave per aprire e chiudere quando necessario le porte ai popoli è in una parola: “insieme”, e anche presto.
Non sarà, infatti, la Guardia Civil a Ceuta o quella Costiera a Pantelleria a fermare il miliardo e mezzo di africani che premono e che, dicono, son destinati tra venticinque anni diventare due e mezzo.
Lo stretto di Hormuz è diventato la sua fissazione. Il 21 marzo ha detto che sarebbe stato riaperto entro 48 ore.
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