Le nostre informazioni sono un bene prezioso, forse addirittura un oro di cui ovunque esistono filoni che non richiedono di scavare con fatica o di setacciare interi corsi d’acqua.
L’Italia si sta palesando come il moderno Klondike, dove ogni giorno si scoprono nuovi “cercatori” che hanno una ben precisa mappa di dove e cosa cercare.
Non si finisce di rimanere sbalorditi per questo o quello scandalo, che nel giro di un paio di giorni ne salta fuori un altro e ogni volta la realtà supera la fantasia. E ogni volta, soprattutto, si incrina sempre più il delicato rapporto di fiducia e stima che stenta a sopravvivere tra cittadini e tutori della legge.
Gli arresti a Napoli di agenti delle Forze dell’Ordine e di dipendenti pubblici ieri hanno confermato una marcescenza nelle pieghe dello Stato e l’unica parola che è scappata agli italiani è uno sconsolato “ancora?!?”
Gente che aveva l’autorizzazione ad accedere a banche dati riservatissime (da quelle legate alla pubblica sicurezza alle non meno critiche in possesso dell’amministrazione finanziaria) avrebbe violato il proprio giuramento e la normativa vigente per una manciata di spiccioli. I giornali parlano del sequestro di oltre un milione di euro e raccontano che le “spie fai-da-te” vendevano le loro “interrogazioni a terminale” da 6 a 25 euro l’una a chi professionalmente le offriva ai propri clienti a cifre cui accodava almeno uno zero…
Lo scenario sconfortante porta a formulare una raffica di domande. La prima è legata alle dinamiche di selezione del personale, i cui concorsi di ammissione non sembrano capaci di filtrare le cosiddette “mele marce” che fanno sembrare certe organizzazioni dello Stato una sorta di valle del Trentino. Può darsi che la propensione all’infedeltà (argomento scottante proprio in certi contesti ministeriali) riesca a bypassare i test attitudinali e le altre verifiche psicologiche che dovrebbero individuare determinate carenze etiche, morali e comportamentali e consentire di eliminare chi non sarebbe adatto a fare un determinato percorso lavorativo.
Il quesito riguardante il “come mai nessuno se ne accorge” è parzialmente soddisfatto dalle indagini condotte dalla parte sana dell’apparato che in maniera dolorosa iniettano fiducia negli italiani con la controindicazione di ematomi reputazionali per le Istituzioni.
Gli archivi elettronici che vengono munti dagli stallieri dell’illegalità sono oggetto di due controlli, uno legato alle dinamiche di accesso e l’altro sovrintendente l’utilizzo successivo all’ingresso alle banche dati. In primo luogo esiste una procedura abilitativa per ottenere l’autorizzazione ad entrare e poi ogni azione viene memorizzata dal cosiddetto “log di sistema”, ovvero il registro delle attività che annota “chi-quando-dove-cosa” e cristallizza ogni singola operazione.
L’analisi automatica del log fa emergere con facilità qualunque anomalia come, ad esempio, un numero esagerato di interrogazioni eseguite da un singolo operatore in un ristretto arco temporale che non sia giustificato da incarichi puntuali di investigare in fretta su una vasta gamma di soggetti.
La consapevolezza che qualcuno potesse fare un uso indebito di certe informazioni esiste da sempre, ancor prima che ci fosse la legge sulla privacy che da noi ha fatto capolino alla fine del 1996.
La legge 121 del 1981 all’articolo 12 parla chiaro: “Il pubblico ufficiale che comunica o fa uso di dati ed informazioni in violazione delle disposizioni della presente legge, o al di fuori dei fini previsti dalla stessa, è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con la reclusione da uno a tre anni”.
E’ un rischio che si conosce da 45 anni e purtroppo non se ne riesce ad estirpare la radice nonostante la buona volontà di chi rincorre certi criminali della porta accanto.












