Nessuno ci toglierà il Natale nonostante l’immigrazione favorisca gli abusi edilizi solo per la costruzione di moschee per la nostra conversione all’Islam.
Chi non sopporta il 25 aprile e sogna il 4 novembre come “giornata dell’unità nazionale” (qui una proposta con Gasparri primo firmatario), ha dovuto subire i festeggiamenti per il primo maggio ma può legittimamente ritenere che quello strazio non avrà tante ripetizioni in futuro.
In un Paese in cui la crescita dell’occupazione riguarda prevalentemente chi – grazie ad una laurea – si è sistemato come addetto al recapito a domicilio di pizze ed altri alimenti, vivendo all’aria aperta e pedalando allegramente come testimonial della mobilità sostenibile, si comincia a temere che la “festa dei lavoratori” rischi di sembrare obsoleta.
A contribuire ad una diversa visione del mondo dell’impiego intervengono i fautori dell’intelligenza artificiale che – sovente carenti di quella naturale – vogliono far credere che “certe cose” migliorano la nostra vita e non dobbiamo averne paura.
Probabilmente non ci sarà bisogno di interventi normativi per modificare il calendario e i giorni segnati in rosso per distinguerli da quelli feriali. La “festa dei lavoratori” potrebbe esaurirsi processualmente “perché il fatto non sussiste”.
Chi ha visto i robot umanoidi alle prese con i bagagli negli aeroporti giapponesi ha certo gioito nell’osservare attività faticose svolte da instancabili macchine antropomorfe, ma non ha pensato che quegli arnesi stanno subentrando a noi nello svolgimento di qualsiasi mansione.
La progressiva permeazione della nostra civiltà ad opera di soluzioni elettroniche e meccaniche è sicuramente interessante, ma la celere perdita del controllo di queste trasformazioni epocali inietta le più comprensibili preoccupazioni.
Non cambieranno i mestieri, ma scomparirà progressivamente la loro necessità perché i robot non avranno più bisogno di gente in carne ed ossa a programmarli o a curarne la manutenzione.
Le miracolistiche performance del sofisticato surrogato dei sempre meno operai contemporanei non fanno ben sperare chi – oggi studente – deve pensare a cosa potrà fare ultimate la scuola o l’università.
I robot stanno già imparando ad autoriprodursi, con un meccanismo genetico che prevede una celere gestazione progettuale e un ancor più rapido costruire il proprio “discendente”. Macchine che partoriscono macchine: la vera sostituzione etnica non è quella di chi scappa da un’Africa affamata e mortifera, ma l’applaudito subentro di oggetti animati e semoventi in luogo di gente normale.
Le competenze dei più bravi e l’esperienza di chi per anni si è adoperato per migliorare e specializzarsi serviranno ancora per quanto?
Anche i settori che rastrellavano le figure professionali più ambite hanno smesso di fagocitare il neolaureato brillante o il soggetto iperqualificato. Sono troppo costosi e quindi facilmente sacrificabili, perché il loro posto può esser preso da qualcosa basato sull’intelligenza artificiale.
Recenti rilevazioni tramortiscono chi ne legge i risultati. Nello sviluppo del software un solo addetto supportato dalla AI può portare gli stessi risultati che prima richiedevano 75 specialisti.
Mi domando gli altri 74 che fine facciano. Ma mi accorgo che preoccupandomi del loro destino sono “vecchio” e poco adattabile.
Ieri è stata una bella giornata di sole. Speriamo che il prossimo primo maggio ci trovi ancora con il sorriso e con la voglia (e la possibilità) di festeggiare chi lavora.
Sono terribilmente attratto dalla pubblicità. Non riesco a resistere, venendone irrimediabilmente attratto quasi dietro lo schermo del televisore – scomparso da tempo il tubo catodico – si nascondesse...
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