Di giorni, dalla Liberazione, il 25 aprile 1945, ne sono passati tanti e, se la gratitudine è sentimento del giorno prima, dopo ottant’anni da quando gli americani ci invasero per cacciare i nazifascisti, è più che consolidata la prescrizione.
Anche se gli effetti, soprattutto economici a cominciare dal Piano Marshall o prima ancora dalle navi di grano dirottate sulle nostre coste, sono durati nel tempo. Compreso il finanziamento della nostra difesa per tanta parte sostenuto da Washington. Di conseguenza, nei nostri bilanci, meno spese per le armi e più per welfare, istruzione, sanità. In cambio, politica estera e difesa – ma anche i commerci – indirizzate dalla Casa Bianca.
Per più di ottant’anni, ci è stato bene, ma ora che l’America decide di pensare soprattutto a sé, ci rimaniamo male. Essa, infatti, non deve più fare i conti solo col veterocomunismo URSS, ma con nuove economie avviate ad essere affatto inferiori alla sua: Cina, India, Brasile, Medio Oriente, nell’attesa dell’Africa degli africani giovani. Insomma, dopo ottant’anni, Yalta e la divisione del mondo in zone d’influenza vanno in archivio e, per segnare i solchi di demarcazione tra potenti, si torna alla primigenia regola dei rapporti di forza. La stessa che l’umanità pratica dal giorno in cui l’agricoltore Caino, più avvezzo alla fatica, uccise suo fratello Abele il pastorello e ne occupò i pascoli.
L’America, si sa, in materia è ben esperta, anche se per giustificare golpe, invasioni, violenze di Stato e sopraffazioni dei popoli, invoca superiori ideali di democrazia da tutelare o “esportare”.
La concorrenza le è arrivata sull’uscio di casa e non può contentarsi del ruolo di tenutaria della vecchia “zona d’influenza”. Continua, perciò, con le politiche d’intervento proprie della sua storia – grazie alle quali fummo “liberati” quando apparivamo a Churchill un “popolo strano: 45 milioni di fascisti un giorno e 45 milioni di antifascisti il giorno dopo” – ma con una differenza. Quella portata da Trump – cioè: niente infingimenti retorici e diplomazie verbali, ma affermazione a tutta voce del diritto all’antica legge del più forte.
Trump si manifesta, infatti, re nudo, quando rivendica il ruolo egemonico (imperialista?) della nazione di cui è presidente. Che tratti di Ucraina e delle terre rare che ipoteca, del petrolio del Venezuela e delle tentazioni cinesi che interessano l’altra parte delle Americhe, quella a sud degli Yankees o prenda di mira gli Ayatollah con l’occhio alla striscia di Gaza da “miamizzare”….
Per tornare alle cose di casa nostra, quando la DC di Moro e Andreotti decise di accordarsi col PCI filosovietico, l’ambasciatore americano a Roma, Richard Gardner – lo scrive nella sua autobiografia – con un telegramma “Niact immediate” che richiedeva, cioè, pronta consegna e risposta immediata- chiese al presidente Carter, democratico, di dichiarare la partecipazione dei comunisti al governo un passo “indesiderato con effetto negativo” sulle relazioni tra i due paesi.
Cosa voleva intendere? Era il 5 gennaio 1978, l’ambasciatore venne “richiamato per consultazioni”. Il 12, il Consiglio di sicurezza assunse una “posizione molto netta: non accogliamo con favore la partecipazione dei comunisti”. Il 14, Repubblica titolava: “Può un governo straniero esprimere un parere ufficiale sulla composizione di un altro governo?”
Moro e Andreotti andarono avanti. Il 16 marzo, mentre il nuovo governo si presentava al parlamento, Moro veniva rapito e meno di due mesi dopo ucciso. Dalle Brigate Rosse.
Già prima del rapimento, nel dicembre 1977, Gardner, con l’aiuto della CIA, aveva affrontato il tema delle “connessioni straniere” delle BR e nell’Autobiografia scriverà poi: ”Mosca mise in atto una violenta e cinica campagna propagandistica per convincere il popolo italiano che l’assassinio di Moro era stato organizzato dagli Stati Uniti”.
Per il sottosegretario ai Servizi segreti dell’epoca, Franco Mazzola – scrive lo storico Michele Gotor – la vicenda, invece, era da “inserire dentro un complesso scenario internazionale condizionato dalla battaglia per il petrolio”.
Follow the money, vale per la mafia, come per ogni forma di potere. Dovunque, sempre e… senza meravigliarsene.












