Qualcuno fermi Giuseppe “Pino” Cavo Dragone, l’ammiraglio che – dopo aver comandato i “Comsubin”, esser stato “Capo di Marina” e poi vertice dello Stato Maggiore della Difesa – adesso è il numero uno dei militari della NATO.
Le sue dichiarazioni – fraintese con facilità da chi ha più fantasia che competenza – hanno certamente inquietato il mondo. Il suo non escludere iniziative belliche di nuova generazione è stato interpretato come la gran voglia di attaccare Putin e i suoi, mentre voleva essere la semplice comunicazione di servizio che potrebbe suonare “occhio a quel che fate, perché anche noi siamo pronti ad attaccare informaticamente”.
Qualcuno ha pensato che si stava davvero per restituire pan per focaccia allo schieramento digitale russo che ormai da anni gironzola indisturbato nei sistemi informatici privati e pubblici del nostro Paese. Come detto e ripetuto (inutilmente) fin troppe volte, il Cremlino ha tramutato i pirati informatici in “corsari”, autorizzandone le malefatte purché compiute in danno dei vascelli tecnologici che battono bandiera avversaria, ostile o comunque non alleata.
Questa libertà di azione, ottenuta a patto di esser pronti a lavorare per la Grande Madre Russia in caso di “chiamata alle armi”, ha incentivato le iniziative dei criminali che poco alla volta hanno fatto il “doppione” delle nostre chiavi di casa.
In alcune circostanze – anche per finanziare gli investimenti in termini di ciurma e spese logistiche – le bande hanno dato prova della loro incursione danneggiando i sistemi presi a bersaglio, saccheggiandone gli archivi elettronici, paralizzando il ciclo biologico di enti e imprese. Si sono così fatti pagare il “riscatto” per restituire la “refurtiva”, sfruttando tecniche come il “ransomware” o altri grimaldelli elettronici.
La maggior parte degli “arrembaggi”, però, non ha avuto manifestazione palese e si è limitata allo scavalcare le recinzioni virtuali e nell’accomodarsi in un angolo del salotto… Gli accessi illeciti e le conseguenti presenze indebite hanno continuato ad incrementare il loro numero nella totale indifferenza di chi – vittima – ha cominciato a ritenersi indenne in quel momento ed impenetrabile per il futuro.
Gli intrusi stanno lì buoni buoni, non danno fastidio. Aspettano. Attendono che qualcuno gli dia il via…
Dopo ondate impetuose di mareggiate hi-tech che negli anni scorsi hanno flagellato le nostre coste telematiche, la calma piatta altro non è che quiete prima della tempesta. Se non soffia vento di burrasca, non vuol dire che i polmoni dell’Eolo russo non siano pronti a svuotarsi e scaricare la loro energia dalle nostre parti…
Qualcuno legittimamente teme che una incursione cibernetica possa mettere in pericolo le nostre infrastrutture critiche, quelle da cui dipendono energia, telecomunicazioni, sanità, trasporti e finanza.
Il cittadino, privo di sfere di cristallo o di remoti artifizi da aruspici dell’antichità, si limita a guardare sconsolato il tabellone della stazione ferroviaria che – senza perdere mai un giorno – continua a segnalare ritardi su ritardi su ritardi. Finita la voglia di arrabbiarsi, specie se pendolare, si lascia persuadere dal vecchio adagio secondo il quale non tutto il male viene per nuocere.
E così pensa agli hacker con falce e martello e si augura che la loro barbarica invasione possa sconvolgere la situazione e involontariamente far viaggiare i convogli in orario. Nel notare che il suo treno ha accumulato altri venti minuti di ritardo, alza gli occhi al cielo e con lo sguardo sconsolato sembra implorare l’ammiraglio di lasciar stare la guerra ibrida che magari lui non perde l’ultima coincidenza che gli rimane per proseguire il viaggio…
Onofrio del Grillo, il leggendario Marchese sinonimo di protervia e sopruso, si era docuto accontentare dell’ormai classico “Io so’ io, e voi non siete un cazzo”.
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