Il 23 settembre scorso, a sorpresa come nel suo stile, il Presidente Trump, con un post, ha ribaltato la sua visione sulla guerra in Ucraina. Nel post si leggeva che, tutto sommato, la Russia era una “tigre di carta” e che Kiev avrebbe potuto vincere con l’aiuto dell’Europa e riconquistare i territori persi.
Questo repentino cambio di direzione non dovrebbe colpire più di tanto; Trump si stanca presto e se non riesce a raggiungere l’obiettivo in tempi brevi lo abbandona. La maestra di scuola direbbe: “non si applica”. Ma non solo non si applica, è anche svogliato, ipercinetico (gli piace il golf) e dietro la scrivania dell’ufficio ovale ci sta poco volentieri. I “briefing intelligence” lo annoiano. Preferisce qualche rapida sintesi dei fatti sussurrati al suo orecchio dall’influencer di turno.
Di quel post la cosa che più mi ha colpito è stato quel “good luck”, “buona fortuna”, alla fine: sembrava interamente rivolto all’Europa, come a significare che i cocci sono tutti nostri.

Dunque, la guerra in Ucraina continuerà tutta a spese nostre ed il prezzo che abbiamo pagato fino ad ora è già elevatissimo. 124 miliardi di euro spesi in armamenti e aiuti fino ad ora. Ma non solo. Il vero prezzo è il declino economico ed il mancato sviluppo in settori cruciali. La Germania, un tempo “motore” dell’economia europea, si è fermata: nel 2024 ha fatto registrare un -0,2% di crescita del suo Pil ed anche il 2025 si chiuderà con valori simili. Con la Germania in recessione, tutta l’Europa è in grande sofferenza, e da adesso in poi quel “good luck” ci ricorda che questa sofferenza sarà destinata ad aumentare. Sul campo di battaglia ucraino si registra il solito lento ma costante avanzamento delle truppe russe, ma soprattutto si sta assistendo alla sistematica demolizione delle infrastrutture energetiche e produttive ucraine. Con attacchi costanti di 500, ma a volte anche 900 tra droni e missili, ogni notte, l’Ucraina viene sistematicamente colpita nelle sue produzioni militari ed energetiche. La tattica russa in questa fase della guerra è quella di limitare le proprie perdite, e di massimizzare quelle dell’esercito di Kiev che da sempre è in difficoltà sulla quantità di combattenti disponibili.
Va registrato come, sempre più, vi si uno scollamento tra ciò che l’opinione pubblica in Europa pensa di questa guerra e le politiche attuate dalle varie cancellerie. Le crisi politiche in Francia, Germania, e Gran Bretagna sono evidenti e il collegamento con la guerra è altrettanto evidente, anche se spessissimo taciuto o sottostimato. Il primo ministro inglese Starmer, che stà attuando un giro di vite mai registrato in precedenza sulla libertà di manifestare e di parola, ha un rating di approvazione che è al di sotto del 20%, e si parla di una sua imminente sostituzione. Macron non se la passa meglio e la situazione sociale in Francia fa temere un autunno davvero molto caldo. In Germania, alle ultime elezioni in Renania-Vestfalia, l’AFD, il partito di destra ha visto triplicare i suoi voti, ed anche a livello nazionale i sondaggi lo danno oltre il 25%: uno dei punti del suo programma è lo stop ai fondi a Kiev e lo stop alla guerra. Insomma, le politiche dei volenterosi non pagano e il sentimento russofobo della Commissione Europea non è in larga parte condiviso anche perché la minaccia che Mosca può rappresentare per l’Europa non trova riscontro in nessuna analisi seria. Sembra più che altro un costrutto “Orwelliano” funzionale ad una strategia di corsa agli armamenti, a solo beneficio dell’industria bellica.

Ma forse il dato più sconcertante è la superficialità con cui la nostra leadership parla “dell’opzione nucleare”. Per chi ha vissuto la “Guerra fredda”, magari in prima linea come chi scrive, conosce e ricorda con quanta attenzione i due blocchi si confrontavano, valutando perfettamente i rischi di una escalation che avrebbero potuto portare ad un confronto nucleare. Oggi assistiamo a dichiarazioni irresponsabili che denotano una ignoranza profonda delle dottrine su cui si basa la dissuasione nucleare. Minacciare l’integrità territoriale di una potenza nucleare vuol dire aumentare vertiginosamente il rischio di una escalation: ed ecco perché anche Trump non acconsentirà a fornire i missili “Cruise “all’Ucraina. Fornirli a Zelensky vorrebbe dire dargli la possibilità di elevare lo scontro oltre il quale la dottrina russa prevede l’opzione nucleare. Mentre Kiev auspicherebbe questo scenario, per poterci trascinare in una guerra globale, fortunatamente i vertici militari americani stanno saggiamente frenando Trump su questa opzione.
E parlando di guerra e pace mi corre l’obbligo di dire brevemente due cose sulla cosiddetta pace in Medio Oriente. Tutti auspichiamo che il risultato del cessate il fuoco e lo scambio di ostaggi possa portare ad un risultato duraturo. Purtroppo, però le prospettive non vanno in questa direzione. Rilasciati gli ostaggi, Netanyahu, a tempo debito, potrà ricominciare a perseguire il suo obiettivo che è quello di creare la “Grande Israele” nella quale i palestinesi non sono contemplati. Nel frattempo, potrà concentrarsi sull’altra guerra che gli preme cominciare: quella con l’Iran.
Il borsino degli analisti più attenti la da come inevitabile; se vogliamo tradurla in percentuale, direi che c’è oltre il 70% di possibilità che prima di Natale l’attacco a Teheran abbia inizio. Lo stesso Primo Ministro Iraniano, Pezeshkian, in una recente intervista ha detto che sa di essere nel mirino e che potrebbe non sopravvivere al prossimo imminente attacco. Guardando i suoi occhi si poteva leggere una rassegnazione di chi si sente già condannato. Ma allo stesso tempo le sue parole sottolineavano una determinazione incrollabile quando successivamente affermava che erano già pronti i sostituti per tutte quelle posizioni di comando che avrebbero potuto soffrire delle perdite nel corso della guerra.
L’altra questione che mi preme evidenziare è l’opzione nucleare che Israele potrebbe mettere in campo se le cose non andassero bene durante il conflitto. L’Iran ha dimostrato, di avere un arsenale missilistico in grado di penetrare le difese israeliane ed ha la capacità di infliggere gravissimi danni con i suoi droni, ma soprattutto missili balistici e ipersonici. Israele come estensione geografica è più piccolo della Sardegna mentre l’Iran è più grande di Germania, Francia e Spagna messe assieme. Questa disparità territoriale unita a quella demografica (Israele conta meno di 8 milioni di persone mentre l’Iran super gli 80), dovrebbe mettere in guardia la leadership di Tel Aviv sui rischi di una tale progetto. Purtroppo, ormai Israele agisce come un “Rogue State”, e gli USA non sono in grado di fermarlo e sono completamente asserviti alla sua politica di guerra; se i calcoli si dovessero rivelare errati e le cose si dovessero mettere tragicamente male, l’arsenale nucleare israeliano che conta oltre 200 ordigni, potrebbe essere impiegato. Con conseguenze devastanti per i già fragili equilibri mondiali.
Buona marcia della Pace di Assisi a tutti.













