“Benedetto il Signore, mia roccia,
che addestra le mie mani alla guerra,
le mie dita alla battaglia.”
Nessuno si è stupito, martedì 10 marzo, quando il segretario alla guerra, Pete Hegseth, ha citato il Salmo di Davide (Salmi 144:1-2) al termine della sua terza conferenza stampa congiunta con il capo di stato maggiore delle forze armate, il generale Dan Caine, sulla guerra iniziata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. I giornalisti presenti si sono resi conto non solo di come la lingua inglese non possieda un numero di superlativi sufficiente a caratterizzare l’annientamento del nemico dato che Pete Hegseth li esaurisce, ma anche dell’evidente contrasto con il generale Caine, sempre controllato, cortese, fattuale e senza enfasi. Trova le parole per ricordare i soldati caduti e riconosce la resistenza iraniana. Al suo fianco, Pete Hegseth, 45 anni, appare esagitato, bellicoso, confonde la polemica partigiana con la pedagogia di una guerra rifiutata dalla maggioranza della popolazione americana.
“Joe Biden (l’ex presidente americano) non sapeva nemmeno cosa stesse facendo”, ha dichiarato il 2 marzo, dopo aver spiegato che Donald Trump aveva “tutta la libertà del mondo” per decidere il calendario dei combattimenti, aggiungendo poi: “Nessuna stupida regola di ingaggio, nessun impantanamento per costruire uno Stato, nessuna impresa per diffondere la democrazia, nessuna guerra politicamente corretta. Combattiamo per vincere e non sprechiamo né tempo, né vite.”
Qualche settimana prima, in un incontro a Nashville (Tennessee) con media conservatori, ha esaltato la “tradizione cristiana occidentale”, in un mondo “assalito da ideologie straniere pericolose ed empie che seminano dubbio, peccato, confusione e morte”. Il regime iraniano gli fornisce oggi un calzante esempio.
Pete Hegseth difende con ardore fanatico la più grande operazione militare americana dall’invasione dell’Iraq nel 2003, è il volto, con Donald Trump, di una guerra priva di giustificazione, di obiettivi chiari e di strategia.
Di certo Pete è uomo di grandi trasformazioni. Al dipartimento della guerra, nuova denominazione non confermata dal Congresso USA del dipartimento della difesa, molte cose sono cambiate in un anno. Niente più fattori climatici, basta con la “sporcizia woke”, addio ai programmi di inclusione e diversità. Conta solo la “cultura guerriera”, promossa dall’ex-presentatore di Fox News. Senza preoccupazione alcuna, Pete Hegseth ha messo il Pentagono al servizio della politica repressiva di Donald Trump nei confronti dei migranti. Ha schierato le forze al confine messicano per renderlo ermetico. Ha facilitato l’invio della guardia nazionale a Los Angeles (California) e a Washington.
Ha guidato, con evidente piacere, nell’autunno del 2025, la campagna di attacchi contro le imbarcazioni dei trafficanti di droga nei Caraibi. Più di 150 persone sono state uccise su una quarantina di barche e non è stata fornita alcuna prova dei carichi, o informazioni sull’identità dei passeggeri. Pete Hegseth ha istigato questi omicidi extragiudiziali, giustificati sostenendo che si trattasse di “narcoterrorismo” che minacciava l’America e rimane agli atti il suo ordine, ispirato dal colonnello Kurz di Apocalypse Now, “Kill them all” (uccideteli tutti).
L’8 marzo scorso l’ineffabile segretario era in televisione, canale CBS, per parlare dell’Iran. Alla domanda sull’aumento dei rischi per i soldati americani, ha risposto: “Gli unici che dovrebbero preoccuparsi in questo momento sono gli iraniani che pensano che rimarranno vivi.” Gli iraniani, senza distinzione, militari e civili.
“Ammazzare per il piacere di farlo è cosa malvagia e Pete Hegseth è un nuovo angelo della morte che i fascisti MAGA (Make America Great Again) hanno rilasciato sull’orlo dell’abisso”, ha scritto nel suo commento quotidiano, martedì 10 marzo, Steve Schmidt, ex-consigliere repubblicano, prima del presidente George W. Bush, poi del senatore John McCain.
Oltre a spendere, in pranzi e cene, 6,9 milioni di dollari in astici, 2 milioni di dollari in granchi giganti dell’Alaska e 7,4 milioni in bistecche, in questo primo anno ai comandi del dipartimento della difesa, o della guerra, fate voi, Pete Hegseth non si è fatto mancare nulla, compreso lo scandalo “Signalgate” dal nome del servizio di messaggistica privata su cui alti funzionari dell’amministrazione si sono scambiati, nel marzo 2025, messaggi altamente riservati relativi alla campagna di attacchi contro gli Houthi nello Yemen. Scandalo emerso perché un giornalista di The Atlantic era stato aggiunto, per errore, all’elenco dei destinatari. Ebbene sì, a condividere i dati operativi su mezzi e obiettivi, senza dubbio per vantarsi, è stato lui, Pete Hegseth.
Capelli grigi pettinati all’indietro, saldamente incollati con pesante e untuoso rinforzo di gel, una bandiera americana che sporge dal taschino della giacca, Pete Hegseth è un segretario alla guerra che fa scena, o meglio avanspettacolo. Oltre al suo passato di soldato, che lo ha portato in particolare in Afghanistan e in Iraq, non ha mai guidato alcuna amministrazione, mai avuto la responsabilità di un importante dispiegamento di truppe, eppure è stato nominato capo del Pentagono e gestisce un bilancio di 961 miliardi di dollari (827 miliardi di euro). Donald Trump lo ha scelto soprattutto per le sue qualità telegeniche e per le sue sparate su Fox News, di cui il presidente è un consumatore accanito, passando sopra ai numerosi scandali rivelati dalla stampa sul suo alcolismo, i suoi rapporti con le donne, o la disordinata gestione finanziaria delle associazioni di veterani da lui dirette.
Per quasi un anno, il Pentagono ha snobbato i giornalisti. Le conferenze stampa sono state molto rare, mentre Hegseth conduceva purghe senza precedenti tra i funzionari di alto livello, alla ricerca del minimo indizio di simpatie di sinistra, o forme di devianza “attiva”.
21 pagine di nuove regole sono state imposte ai giornalisti “tradizionali” per rimanere accreditati al Pentagono. Regole inaccettabili al punto che nell’ottobre 2025, di fatto tutte le testate più importanti si sono rifiutate di firmare il documento ufficiale e hanno fatto le valigie. Sono stati sostituiti da influencer, ideologicamente compatibili. Tra questi l’ex rappresentante Matt Gaetz (Florida), caduto in disgrazia per scandalo sessuale, diventato presentatore del canale online One America News Network, o l’islamofoba cospirazionista Laura Loomer.
La guerra in Iran ha costretto il Pentagono a riprendere una comunicazione più tradizionale. I giornalisti sono tornati e improvvisamente le domande in conferenza stampa sono diventate di nuovo incisive e Pete Hegseth irritabile e aggressivo.
Non per nulla il 4 marzo scorso, accusa la stampa di cattiva informazione, perché si concentra sui primi morti americani.
“Quando passano alcuni droni (iraniani), o accadono cose tragiche, si fa notizia. Capisco, la stampa vuole solo una cosa, dare una cattiva immagine del presidente, ma per una volta cercate di riportare la realtà. I termini di questa guerra saranno fissati da noi in ogni fase.”
Questa pretesa di potere controllare tutto: l’ingresso in un conflitto, il suo svolgimento e la sua conclusione sono dimostrazioni di arroganza, o di cecità, presupposti certi di prossime catastrofi.












