Quel che è successo a Torino è qualcosa di talmente doloroso che è difficile alzare le spalle e guardare oltre.
Non doveva accadere perché si sapeva che sarebbe successo e forse si è fatto poco per evitare il disastro civile che sarà impossibile dimenticare.
Manganelli e martelli che ruotano nel cielo in un bestiale corpo a corpo non sono una pagina di cui andare orgogliosi e dimostrano come il confronto è ogni giorno meno umano.
La parola del giorno è “intolleranza”. Non si sopporta chi è diverso, chi sembra inferiore, chi la pensa in modo differente. Ma non è sufficiente l’insofferenza verso chi ha un altro colore della pelle, non ha lo stesso Dio, ha opinioni divergenti. Poco alla volta sopravanza l’inammissibilità, il rifiuto, l’odio.
In un simile contesto mentale ogni occasione è buona per sputare fuori l’essenza negativa di noi stessi e anche le istituzioni riescono a palesare il loro lato peggiore, non la polvere sotto al tappeto, non un semplice rovescio della medaglia.
Decine e decine di migliaia di persone pacifiche che sfilano per la città non hanno bisogno di sfogarsi in atti vandalici perché a metter paura sono i loro slogan inermi, le loro canzoni e – ancor più – i loro silenzi. E’ la loro presenza composta e irreprensibile a far imbestialire quello che Antonio Albanese immaginava come il Ministro della Paura.
In determinate circostanze bastano un centinaio di truci barbari ad innescare lo scontro e a dare l’opportunità di far scattare una reazione proporzionale. Se non si vuole essere costretti a contrattaccare è sufficiente non dar modo di lanciare l’assalto, individuando l’orda barbarica, isolandola, rendendola innocua.
Le manifestazioni di protesta non sono una festa a sorpresa, organizzata per sbalordire qualcuno.
I black-block non escono da una finta torta come pin-up in costume succinto. E’ gente che strombazza il proprio arrivo senza richiedere nemmeno lo sforzo di acuti operatori dell’intelligence chiamati a scoprire dove andranno, che veste in maniera inconfondibile e facilmente individuabile. che potrebbe essere fermata non appena indossa il passamontagna o calza il casco.
Difficilmente chi deve gestire l’ordine pubblico è costretto ad esclamare “Toh, guarda chi c’è” o strillare – emulo della compianta Raffaella Carrà – “Carramba che sorpresa”.
Occuparsi della sicurezza di una città non è roba da jazzisti dalla facile improvvisazione, ma è la materia a scelta per chi ha studiato metodi e tecniche e per anni ha saputo applicare quanto appreso. Chi ci tiene alla serenità collettiva evita che questa venga turbata e non si limita a promettere inasprimenti delle pene e condanne esemplari.
A chi si ritrova l’autovettura demolita, la vetrina infranta. i muri imbrattati, le strade devastate poco importa delle vane promesse che certe cose non si ripeteranno. Avrebbe preferito un professionale intervento preventivo e. magari, un effettivo controllo della situazione…
Non si confonda il frastuono di pochi delinquenti vili con la moltitudine di chi vuole esprimere civilmente il proprio legittimo dissenso. Si dia dimostrazione di capacità estirpando i vandali che – codardi – si intrufolano tra i manifestanti pacifici.
Si faccia in modo che la parola “repressione” resti patrimonio di chi non ha saputo fare prima quel che era necessario per il bene di tutti. Si torni a far capire con quanta fatica le forze di polizia – ricordate dalla politica solo in campagna elettorale – lavorino con impegno per fare il possibile nel rispetto delle leggi e degli ideali di giustizia che le accomunano a chi vive in questo Paese.
Si lasci il pugno di ferro agli spot di un superalcolico. E’ “l’amarissimo che fa benissimo”, non il giro di vite.
Il palcoscenico dell’inquietante conflitto iraniano non vede in campo solo chi attivamente sta bombardando e massacrando.
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