Il Museo Archeologico Nazionale di Formia presenta, nella sua galleria, un busto in marmo bianco, raffigurante un Apollo bifronte rinvenuto negli anni Sessanta in quel territorio e rimasto a lungo in mani private. L’opera – risalente al II secolo d.C., tra il regno di Adriano e quello di Marco Aurelio – rappresenta l’ambivalenza, il doppio volto del Dio Apollo, il Dio dei contrasti: guaritore al suono della sua lira e, nel contempo, portatore di pestilenze e morte, grazie alle micidiali frecce scagliate col suo arco. Adorato nella religione greca e romana come Dio delle scienze e dell’intelletto, Apollo guidava le Muse svelando il futuro ed elargendo nel santuario di Delfi, tramite la sacerdotessa Pizia, responsi ed oracoli spesso oscuri ed ambivalenti.
Fu lo svizzero Eugen Bleuler ad elaborare in psichiatria il concetto di ambivalenza, ritenendola uno dei sintomi sostanziali della schizofrenia, con la tipica coesistenza di emozioni ed impulsi opposti: amore-odio, attrazione-repulsione, desiderio-rifiuto. E fu Sigmund Freud ad approfondirne il significato elaborando le note teorie psicoanalitiche su conscio e subconscio, più in là collegate a stress negativi nonché, in campo medico, all’uso di psicofarmaci, anestetici, alcol e droghe.
In letteratura, la teoria freudiana di ambivalenza è stata sviluppata da Francesco Orlando (Palermo, 1934 – Pisa 2010) uno tra i più importanti teorici della letteratura del Novecento italiano. Nel suo saggio, Per una teoria freudiana della letteratura, Orlando ricerca i significati nascosti nei testi, rivelando le dinamiche della narrazione mediante l’esplorazione dell’inconscio e quindi del rimosso culturale e psicologico. L’inconscio diviene linguaggio mediante la “formazione del compromesso” tra due o più istanze contrapposte: la razionalità e le emozioni; il desiderio e il rifiuto; il bene e il male. Secondo la teoria freudiana di Orlando, l’analisi del “compromesso” offre la chiave per districare la complessità di qualsiasi testo letterario. La letteratura diviene, il luogo in cui convivono gli opposti, i segreti binari, quelli più nascosti, le contraddizioni che ci portiamo dentro. E il testo letterario è il luogo del compromesso ove il lettore ritrova sé stesso, ciò che ama e ciò che odia.
Raskol’ikov il protagonista del romanzo Delitto e castigo, capolavoro della letteratura mondiale di Fëdor Dostoevskij, impersona gli opposti colpa-redenzione, delitto-pentimento. Il grande scrittore russo, nella sua opera, esplora la complessità della natura umana, i conflitti interiori, gli opposti: moralità-immoralità, responsabilità-incoscienza. Le sue pagine rendono, tuttora, un ineguagliabile contributo allo studio dell’animo umano, proprio come fece Dante viaggiando nei tre regni dell’oltretomba alla ricerca di ogni esempio di contraddizione, esplorando e trasformando in poesia l’ambivalenza divina, la spiritualità, la giustizia, l’amore, accanto alle questioni culturali, sociali e politiche del suo tempo.
Prima di loro, Catullo, col suo distico elegiaco divenuto attualissimo in tema di femminicidio: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris? Nescio, sed fieri sentio et excrucior.” (“Odio e amo. Forse ti vai chiedendo perché lo faccia? Non so, ma sento che accade e mi tormento.”), già sapientemente sintetizzava, nel Carme 85, gli opposti sentimenti provati verso Lesbia.
“Mio caro, in letteratura ogni idea ha il suo dritto e il suo rovescio, e nessuno può arrogarsi il diritto di dire quale sia il rovescio. Tutto è bilaterale nel regno del pensiero, le idee sono ambivalenti.”, affermava Honoré de Balzac, nel suo romanzo Illusioni perdute.
In politica no. Ciò non può avvenire. Non esiste la politica ambivalente, fatta di “il diritto vale fino a un certo punto”, “il sostegno fino a quando sarà necessario”, “non condivido e non condanno”. Questa si chiama incoerenza o, peggio, ambiguità politica o, peggio ancora, nevrosi istituzionale.
In politica esiste solamente il dovere morale della chiarezza istituzionale. Nient’altro!












