Finito il clamore e ammortizzata la sorpresa, dovremmo lasciar spazio alla riflessione ed esaminare quel che è successo nella Grande Mela per trarne qualche insegnamento.
Lo dovrebbe fare la nostra “opposizione” smettendo di applaudire il nuovo sindaco di New York e cominciando ad usare le mani per schiaffeggiarsi per non esser capace di rappresentare gli italiani e, conseguentemente, di tentare di riprendere la guida del Paese.
Mentre in un incessante clima da Tale e Quale Show vediamo e sentiamo una energica Raffaella Carrà che modula la voce come il simpatico Maurizio Battista, ci chiediamo perché la politica sana non si sbrighi ad imparare la lezione.
Prescindendo dall’impeto qualunquista che porta a dire che in questo Paese non ci sia più alcuna “politica sana”, ci si può ancora illudere che il nostro destino possa cambiare evitando che la Costituzione diventi carta straccia, impedendo che i diritti civili perdano il loro significato, scongiurando che le future generazioni si ritrovino il sabato vestite di nero in calzoncini corti a giocherellare con un moschetto vintage.
L’analisi di quanto è fortunatamente accaduto… No, non fortunatamente… Ripartiamo… L’analisi di quanto è accaduto nel rispetto di una rigorosa pianificazione strategica e tattica può essere il bandolo della matassa e forse – non ce ne voglia chi porta quel nome e nemmeno chi non lo sopporta – il filo di Arianna per uscire dal dedalo della disperazione nazionale.
La prima arma che ha portato alla vittoria newyorkese è stata il contatto diretto con l’elettorato, stabilito offrendo la priorità a soluzioni concrete di problemi quotidiani e mettendo a disposizione l’ascolto alle esigenze lamentate dai cittadini.
Una operazione porta a porta (non quella di Vespa) che ha dimostrato la capacità di uscire dal proprio contesto ovattato per sentire l’odore della gente e della strada, per assaggiare quanto sia amara la vita di chi non è stato fortunato.
Sul fronte digitale la squadra che ha portato un giovane musulmano di origini indo-ugandesi al timone di Nuova York (come la chiamava la mia bisnonna che vi era arrivata all’inizio del secolo scorso) è stata capace di cortocircuitare gli algoritmi che sui social impediscono la diffusione di post e messaggi non graditi a chi gestisce le piattaforme e a chi governa. L’ingaggio della collettività è scattato con una sorta di passaparola che ha innescato una contaminazione pervasiva che ha bruciato i meccanismi che bloccano l’espansione e il recapito capillare di comunicazioni “indesiderate” e ostacolano la conseguente aggregazione di soggetti potenzialmente uniti da una medesima opinione.
Non è stata certo solo una questione di metodo o di tecnica perché i “contenuti” erano stati individuati con una sincera presa d’atto delle cose di cui la gente aveva davvero bisogno.
Una campagna basata sulla rinascita della speranza e non alimentata dalle impetuose fiamme della rabbia e dell’odio.
A noi (e non è una invocazione) cui piace tanto “Dio, Patria e Famiglia” non può sfuggire il ruolo della moglie di Zohran Mamdani. Una donna indipendente e creativa, riservata ma non gregaria, illustratrice di talento, non ha soltanto riempito i manifesti elettorali di colori o scelto con maestria i font e le dimensioni dei caratteri. Rama Duwaji, questo il suo nome, è una artista che – senza rubare la scena al marito – con le sue opere ha continuato a sostenere la causa palestinese e in tante occasioni ha saputo sottolineare che la loro è veramente una coppia contemporanea.
Anche il concetto di “coppia” è certo diverso da quello esibito dalle nostre parti, dove anche chi – dichiaratamente ancorato ai valori tradizionali – si candida alle amministrative regionali promettendo di non tradire le aspettative di chi vota e dimenticando di aver tradito platealmente la consorte.
Dovremmo capire che la lealtà (anche solo parlando di accise sui carburanti) è il cardine del cambiamento. Dovremmo ricordarci che a far precipitare non sono solo gli scheletri nell’armadio. Basta un guardaroba con un abito con tracce biologiche…
Ma non si deve pensare di vincere sulle debolezze altrui o sulla scarsa affidabilità degli avversari.
Serve far prevalere la speranza che le cose possano mutare in meglio, illustrando l’itinerario di risalita senza negare le difficoltà ma fornendo le spiegazioni di come ci si può riuscire.
Occorre ristabilire il contatto, quello vero, bidirezionale e non a senso unico. E’ fondamentale dare la disponibilità a prendersi le responsabilità senza nascondersi dietro le immancabili colpe di chi c’è stato prima.
Se il Paese deve rimboccarsi le maniche, lo deve fare sapendo che i primi ad impegnarsi sono i suoi rappresentanti in Parlamento, nei Consigli territoriali, nelle Autorità di Governo centrale e locale.
Tocca tirar fuori la voce non per strillare “E’ colpa loro” perché l’eredità è sempre troppo evidente, ma per dire “Rimedieremo noi”. Soprattutto si dovrà dare prova tangibile e inconfutabile di saperlo e volerlo fare.












