La chiamano Telemeloni la RAI col governo di destra, come negli anni ’90 definivano Telekabul le trasmissioni della Rete Tre (e un po’ di quelle della Due) perché la lottizzazione del potere a via Teulada ne aveva affidato la direzione (e la maggioranza in redazione) al PCI di Cursi e in genere alla sinistra.
C’è chi mostra di meravigliarsi, ma, quando con la legge n.220 del 28 dicembre 2015, il governo di centro sinistra riformò la governance della RAI– “direzione e gestione con preponderanza dei membri di nomina parlamentare” , come è scritto in una nota del PD di allora – l’onorevole Roberto Fico, votando contro alla Camera, il 19 di ottobre riconobbe: “In tutti questi anni i partiti politici hanno concepito gli organi di vertice della Rai come un proprio feudo”. Cioè da sempre (e di leggi di riforma ce n’erano già state tre. Una nuova è ora in gestazione al Senato).
D’altronde, quasi tutti gli elettori guardano la tv e molti ascoltano pure la radio. Meno quelli che vanno oltre, informandosi sui giornali o correndo sulle note dei social più sintetiche e definitive.
Se, dunque, la televisione è lo strumento d’informazione più importante, naturale che i potenti – primi parlamento e governo che incarnano pure la proprietà pubblica – se ne servano per veicolare messaggi al proprio elettorato. Talora ad libitum, più spesso nascondendo gli accordi sottobanco – inevitabili – con il saio dei Savonarola. Di turno (elettorale).
Un utilizzo, dunque, non astratto, ma stabilito da disposizioni legislative, con la nomina degli organi di amministrazione (sei su sette su impulso politico) i quali poi nominano il direttore generale, quelli di testata, quelli di programma e, così via, per tutta la catena produttiva.
Facile dirsi scandalizzati, ma, quando Bruno Vespa – in Rai da più si sessanta anni (solo venti in meno dell’azienda) – disse: “Il mio editore di riferimento è la Democrazia Cristiana” – allora partito di maggioranza e lui direttore del TG1 – fotografava la realtà fattuale, come direbbe un altro grande giornalista. E Fico, parlando in Parlamento di “feudo in tutti questi anni…”, non fece che confermarlo.
Dando per scontate ed inevitabili le ipocrisie da salotto, la lottizzazione degli incarichi può essere contenibile ma non evitabile. Un antico Direttore Generale, dando conto delle trattative con presidenti e vice di area governativa e di incontri “tutte le settimane” col responsabile del PCI per la radio-televisione non nascondeva l’applicazione del manuale Cencelli – quello della proporzione tra peso del ruolo e consenso elettorale – negli incarichi e nelle assunzioni, riservandosi, però, accanto ai manualizzati, la scelta di una buona quota di bravi. Che, oggettivamente, in Rai, non sono mai mancati e non mancano. Solo a guardare dove il mercato delle aziende del settore, che naturalmente mirano alla qualità del prodotto per il profitto, sono andate e vanno a fare scouting.
Ieri, l’altro ieri e oggi. Però si grida al golpe se chi sta al governo mostra il pollice verso nei confronti di una trasmissione o un redattore, mentre, e giustamente, chi sta all’opposizione può, per lo stesso format, sventolare il pollice retto.
Sull’opinione pubblica, peraltro, quanto pesano meno queste indicazioni?
Si perdoni il cinismo, ma ci si è fatta l’abitudine. E quanto dispiace all’elettore medio o astenuto se la Commissione parlamentare che dovrebbe vigilare perché il servizio televisivo, che è pubblico, venga reso dalla RAI con “trasparenza, efficacia, efficienza e competitività”, rinuncia pure a riunirsi?
Davvero la soap opera di questi giorni, sospesa tra intercettazioni, amicizie, attese giudiziali e notorietà-trampolino, appassiona chi sempre più preferisce silenziare i tg recitati a velocità missilistica, e quindi incomprensibili all’ascoltatore non cultore della materia specifica raccontata, sol perché la pubblicità incombe?
O tra i criteri indicati dalla legge, più che la trasparenza e l’efficacia la fa da padrone la competitività, sia essa mercantile o politica?
Franco Monteleone, già dirigente RAI e poi autore di ponderosi studi sull’azienda, parlando delle “turbolente vicende che hanno punteggiato la storia della radiotelevisione”, citò il Polonio dell’Amleto di Shakespeare che ”a un certo punto esclama: è follia, certo…ma c’è del metodo”.












