Ci sono cose che ogni tanto tornano di moda. Spesso sono truffe vecchie che fanno sorridere chi si occupa da troppo tempo di certi inghippi, ma che con una nuova etichetta – magari in inglese – riescono ad incuriosire e persino ad affascinare.
In questi giorni la “novità” si fa chiamare “cash trapping”, nome che senza richiedere competenze linguistiche fa capire che riguarda una sorta di intrappolamento del denaro.
DOVE SI CORRE QUESTO RISCHIO?
Cominciamo con l’ambientazione. E’ facile intuire che quel “bloccare i soldi” possa avvenire solo se si è alle prese con un apparato automatico, che rilascia banconote a fronte di un prelievo bancario o che dà il resto a chi compra un biglietto del treno o una bibita da un apposito distributore.
Il “Bancomat” è sicuramente quello che garantisce le operazioni fraudolente più redditizie perché le somme del prelievo sono di gran lunga superiori a quelle delle monete restituite per chi ha inserito denaro in quantità esorbitante il dovuto, ma tecnicamente è riconosciuto che certi furfanti si accontentano anche di cifre esigue.
Il “cash trapping”, quindi, potremmo dire che preoccupa chi ha bisogno di contanti, chi deve partire e chi ha sete. Siccome sono situazioni in cui chiunque finisce con il trovarcisi, è bene sapere subito come funziona.
GLI ATTREZZI DEL MESTIERE
Anche chi non è un malandrino certificato sa che per non fare uscire il denaro dalla feritoia, da cui viene “sputata” la somma attesa dall’utilizzatore dell’apparato, basta mettere un “tappo”.
I balordi dalle maniere più rudimentali utilizzano strisce di nastro adesivo tagliate ad arte o addirittura si riducono a conficcare semplicemente qualcosa che ostruisca la fessura erogatrice.
Esistono organizzazioni criminali che predispongono appositi dispositivi che si integrano con la struttura metallica del Bancomat o della “macchinetta” che dà (o dovrebbe dare) il resto, come coperchietti o listelli ad incastro, verniciati nello stesso colore del supporto in cui vengono piazzati, in modo da non essere rilevabili anche da un occhio più attento del solito.
Sia i malviventi “artigianali” sia quelli “industriali” hanno poi in dotazione pinzette sottilissime, simili a quelle per la pulizia del viso ma adattate allo specifico scopo di acchiappare le banconote ed estrarle da dove si sono ammucchiate non potendo fuoriuscire regolarmente.
COSA FARE SE IL DENARO NON VIENE FUORI?
Immaginiamo l’imbarazzo e il fastidio del cittadino che dinanzi al Bancomat, dopo aver inserito la carta, digitato correttamente il codice segreto, scelto l’importo desiderato e aver premuto ok, sente il rumore tipico della macchina che pesca e conta le banconote ma non vede uscire nulla dall’apposita feritoia.
La vittima di questa “trappola” – se l’adiacente agenzia o filiale dell’istituto di credito è aperta – si precipita furibondo allo sportello per fare le sue rimostranze. La reazione non è solo comprensibile ma, purtroppo, è anche drammaticamente prevedibile.
I banditi, infatti, sanno perfettamente che quello sarebbe stato il comportamento. Quindi – appostati proprio a breve distanza dal bancomat come se fossero in attesa del loro turno ad eseguire – approfittano che il loro bersaglio si è allontanato.
Si avvicinano al cosiddetto ATM, rimuovono l’ostruzione che avevano applicato, con le pinzette metalliche estraggono il piccolo malloppo e si allontanano simulando indifferenza mentre il “bidonato” è ancora alle prese con l’impiegato nel tentativo di spiegare il “malfunzionamento”…
E’ evidente che andar via dal Bancomat è un errore.
Se si è con amici o parenti si può chieder loro di entrare negli uffici della banca per richiedere l’intervento degli addetti.
Se si è soli si potrebbe chiedere a chi lì in coda, ma si metta in conto di correre il rischio di sentirsi rispondere “vada pure lei che può spiegare meglio l’accaduto, tanto ci siamo noi a presidiare lo sportello automatico…” e magari di avere a che fare proprio con gli artefici dell’inganno.
Sull’apparato è sempre presente un adesivo su cui è riportato il numero verde per le emergenze: conviene metter mano al telefonino e chiamare per segnalare l’inconveniente anche in orario di apertura della banca. Sarà il servizio di assistenza ad avvisare gli impiegati all’interno dell’agenzia ed eventualmente allertare le Forze dell’Ordine.
UN EVENTUALE CONTROLLO DA FARE AL VOLO
Se la macchina non rilascia le banconote – invece di stramazzare al suolo per la disperazione – si può verificare personalmente se qualcuno ha manomesso l’apparecchiatura.
Nastro adesivo e grossolane ostruzioni non sono impossibili da riconoscere, ma spesso l’imprevisto riduce i livelli di attenzione e il nervosismo conseguente non suggerisce di dare un’occhiata più da vicino alla feritoia per capire se è stata manipolata.
Anche “tappi” più sofisticati e magari “in tinta” possono esser individuati, ma in ogni caso la rimozione degli ostacoli è bene che venga eseguito dal personale bancario o da agenti di polizia, che possano constatare la circostanza delittuosa e adottare le corrispondenti iniziative.
Se si nota qualcosa di strano il “numero verde” oppure il 112 possono offrire due possibilità di “telefonata che allunga la vita”…
LE CONTROMISURE TECNICHE GIA’ ESISTENTI
Come detto in apertura, questo genere di insidia è datata al punto di essere classificata tra le truffe vintage.
Chi costruisce i Bancomat conosce il rischio in questione e gli sportelli automatici più moderni sono opportunamente dotati di sensori che rilevano il blocco della fuoriuscita del denaro.
In pratica le banconote – trascorso un certo intervallo di tempo – vengono “risucchiate” dalla macchinetta prima che qualche malintenzionato ne possa approfittare. Questa operazione di emergenza prevede l’attivazione di una procedura di carattere tecnico e contabile che permetterà al cliente della banca di recuperare i suoi soldi…












