Sono passati 82 anni esatti e ancora si parla di rastrellamenti con una disinvoltura straordinaria, quasi fosse il raccontare di scampagnate o il vantare la conoscenza dei segreti di qualche ricetta culinaria.
Il 12 agosto del 1944 i marmi delle Alpi Apuane si tinsero di sangue. L’esercizio “pittorico” lo fecero quelli che ancora oggi sono modelli da emulare per i festosi appartenenti allo schieramento politico tedesco di AFD e per gli altri scalpitanti filonazisti che affollano l’Europa. Indossavano uniformi simili a quelle che qualche politico in auge reputa tanto divertenti da mascherarcisi per partecipare a feste con gli amici.
Hanno sterminato 560 persone, senza distinzioni di età e di sesso, senza bieche discriminazioni, senza star a guardare se era una donna incinta o un neonato…
Quella era la guerra, dirà qualcuno quasi a voler giustificare la violenza bestiale di quelle indimenticabili pagine della nostra storia.
Un’operazione militare perfettamente riuscita secondo i teorici del combattimento estremo che riconoscono l’efficacia di una simile perlustrazione e ricerca sistematica di una determinata area.
A Stazzema fu sradicata la vita e – involontariamente – seminata la voglia di pace e di convivenza civile.
Adesso c’è chi evoca battute capaci di setacciare aree popolate dai moderni nemici della società così da bonificare territori attualmente destinati allo spaccio di stupefacenti o ad altre attività criminali.
Nessuno discute della necessità di intervenire con rigore, ma spaventano due cose: il perché non lo si sia già fatto e lo sventolarne la possibilità come una bandiera dietro alla quale far correre chi pensa che la violenza sia l’unica medicina ad ampio spettro.
Al perché non si sia provveduto al caso “bosco di Rogoredo” prima della promessa/minaccia del Generalissimo Vannacci devono replicare i responsabili della pubblica sicurezza come il Prefetto e il Questore e certamente non il Sindaco.
Al vessillo del rastrellamento può rispondere chiunque, spiegando quanto la promessa di una simile azione funzioni più come megafono elettorale che come reale rimedio per i mille problemi di Milano.
Si provi a dar peso alle parole, specie quando portano alla memoria episodi che il cuore non può e non deve cancellare.
Si trovino magari altri esempi per sottolineare le “preclare virtù” (come si legge in certe comiche motivazioni di attribuzione di encomi, medaglie o decorazioni) di qualche ufficiale che possa portare voti. La gente, è vero, ha bisogno di sicurezza, ma la sicurezza la si ottiene solo con la forza, la repressione, la remigrazione o altre soluzioni brutali?
Prevenzione, educazione alla legalità, insegnamento del rispetto si possono fare anche senza manganelli e mazze ferrate che tanto appassionano gli aspiranti “guerrieri della notte”.
Non sperando certo di frenare la travolgente fiumana di seguaci del “pensiero rude”, mi limito a chiedere che gradi, riferimenti e terminologie militari vengano esclusi dai proclami, così da evitare che la gente normale pensi che tutte le persone che indossano o hanno indossato un’uniforme siano così come vien fatto sembrare.
In cambio, in segno di solidarietà con le “truppe di occupazione”, mi permetto di suggerire un inno che un secolo fa nemmeno la buonanima del maestro Ruccione avrebbe saputo scrivere.
Credo che Lillo e Greg e il loro gruppo “Latte e i suoi derivati” abbiano saputo interpretare al meglio le energiche invocazioni a reagire. Basta sostituire la parola Gino con Abdul o Ahmed e il gioco è fatto. In fondo al “corsivo” il brano “Noi a Gino lo menamo” può strappare un sorriso di cui abbiamo tutti un gran bisogno…
C'è poco da fare. Luomo a torso nudo ha un suo fascino. "Certamente" si lascerebbe scappare l'elite dei cultori delle opere di Ciprì e Maresco e in particolare...
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