Spagna: “solidale, tollerante”. Così, due mesi fa, Felipe VI l’ha presentata a Leone XIV in visita a Palazzo Reale (in foto).
Col caldo ed il mare che invita i migranti a traversarlo, le cose, però, appaiono diverse e a Ceuta non sanno più come mandare indietro migliaia di ragazzi e bambini in cerca di meglio dalla vita.
Un “flusso” (per usare il sostantivo da contabili delle domande di manodopera), giudicato eccessivo (intollerabile?) anche se spiaggiato all’indomani della maxi accoglienza col timbro del Regno sul passaporto ad almeno mezzo milione di altri entrati senza chiedere permesso.
Per i nuovi, i bollini sul ticket della tolleranza e della solidarietà risultavano esauriti e loro, i nuotatori per un giorno dal nord Africa, diventavano improvvisamente pericolo. Per la “Cattolica” Spagna, per la cristiana Europa.
Insomma, respinti, ma una parte resiste, anche a fame e sete.
Al pari dei due terzi di quelli cui, sul continente nel primo trimestre di quest’anno, è stato formalmente ordinato di tornare da dove erano partiti, ma loro non se ne sono dati pena e ora stanno in giro, ancor più disperati e, naturalmente, sfruttabili e sfruttati.
Dicono ci sia dell’altro. Una sentenza che, distinguendo tra confini di terra e di mare, ha costretto la Spagna a costruire una barriera di…boe, certificandola confine invalicabile. E le antiche vertenze tra popoli per il possesso di quel lembo d’ Africa naturalizzato europeo, ma sempre reclamato dal re del Marocco, ora sostenuto – sempre dicono – da chi ha messo gli occhi sull’enclave Groenlandia.
Qualche secolo fa, da quelle parti i Re Cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona, cugini e sposi con dispensa papale, cacciarono dalla Spagna i Sefarditi. Ebrei che, rifiutando di convertirsi, si sparsero poi in Marocco, in Algeria e per l’Europa dei Ghetti.
Anche su suggerimento di chi sa spiare i movimenti degli antistato, del terrorismo, l’Italia si è allarmata per gli avvenimenti di Ceuta temendo ingressi di fuorusciti. Con essa, un pò tutta l’UE, i cui Stati sovrani hanno il diritto dovere di autonomamente conoscere chi entra nel loro territorio, capirne le intenzioni, valutarne la domanda di restarci e l’interesse proprio ad accogliere. Che c’è, perché invecchiamo, facciamo meno figli, non piacciono più molti mestieri e c’è carenza di manodopera in settori essenziali.
Si tratta di qualche milione di lavoratori che mancano e senza si produce meno, si vende meno e si deve ricorrere ad altri mercati. Se non ad altri…padroni.
C’è da augurarsi che a Bruxelles si accordino per politiche mirate, non solo ad agevolare l’ingresso a chi qui può crescere e far crescere l’economia, ma per investire nella formazione professionale e civile degli aspiranti nuovi cittadini perché siano rispettosi delle leggi e dei valori che trovano.
Interventi d’emergenza – giustificati o meno – si sa da dove iniziano ma non dove portano. Col rischio, poi, di farsi male da soli se, come pare stia avvenendo, si avviano reazioni a catena che, naturalmente, finiscono col far rima con ritorsioni e nel mercato mondiale così interconnesso un’Europa litigiosa che risegmenta i confini non può che far piacere a finanza, industria e politica concorrenti.
Hanno iniziato Italia e Danimarca, seguito altri venti paesi. Ha risposto la Spagna. La Germania non rinuncia alla sua parte. Come la Francia già fa a Ventimiglia.
Viene in mente il Leporello di Mozart quando annuncia: Madamina, il catalogo è questo…
In Italia seicento quaranta,
in Alemagna duecento e trentuno.
Cento in Francia e in Turchia novantuno.
Ma…ma in Ispagna son già mille e tre!












