A Milano non serve un buon amministratore, capace di farsi carico dei mille problemi di una metropoli e di coordinare persone preparate ed oneste disposte ad affrontare una quotidianità irta di ostacoli e di difficoltà.
Il futuro della capitale economica e finanziaria del nostro Paese si profila fortunatamente come una ben più rapida ed agevole occupazione militare ritmata da attenti e riposo, dal rumore degli anfibi che percuotono l’asfalto, dalla sinfonia dell’inserimento dei caricatori nell’alloggiamento degli indispensabili fucili mitragliatori a tracolla…
Gli elettori, pardon, le truppe di Vannacci sono pronte a schierarsi in Piazza del Duomo e il condottiero – che finora ci ha privati del suo consueto filmino commemorativo realizzato con l’intelligenza artificiale – si accinge ad indossare la sua marziale vestaglietta per passare in rassegna i suoi arditi.
Come annunciato in un talk show della manifestazione estiva della Versiliana, è venuto il momento di designare il vassallo cui affidare Milano. “E’ giunta l’ora delle decisioni irrevocabili” avrebbe detto un personaggio che proprio in una piazza del posto ha concluso la sua parabola appeso – ironia della sorte – “al contrario”.
Messe da parte le tante questioni che attanagliano il capoluogo meneghino, la priorità è quella di procedere alla riconquista ed alla bonifica del famigerato bosco di Rogoredo, universalmente famoso come l’immarcescibile baluardo dell’illegalità. Una zona dove non esistono norme e regole, al punto che lì anche un poliziotto può sentirsi libero di uccidere un poco di buono a sangue freddo e magari con un briciolo di premeditazione.
Pattuglie di incursori sono già armate sino ai denti per sostituirsi ai tradizionali operatori di pubblica sicurezza che finora non sono stati capaci di fare il loro mestiere. I classici “ghisa”, come vengono chiamati i vigili urbani milanesi, stanno già addestrandosi per cimentarsi in prove estreme di ardimento e in esercitazioni con esplosivi e napalm ritenuti indispensabili nella zona a traffico limitato o ZTL che dir si voglia.
L’intera amministrazione comunale prepara gli scatoloni nella consapevolezza che sta per essere mandata a casa. Al posto degli impiegati con le suggestive “mezzemaniche” stanno per insediarsi nerboruti energumeni in canottiera che lascia ben visibili i policromi tatuaggi d’ordinanza che ritraggono il volto impavido del Lider Maximo sormontato da frasi epiche e leggendarie.
Ai bordi delle strade – armati di aghi e inchiostri – volontari si offrono per integrare l’iconografia epidermica che decora gli statuari miliziani che hanno legittimamente occupato la città dopo un plebiscitario suffragio elettorale. Al volto del “gran capo” deve essere affiancato quello del centurione cui viene affidato il governo di Milano e le sue sorti.
Folte schiere di cardiochirurghi si affrettano ad aprire il petto dei fedelissimi che vogliono che la prova di fedeltà non si limiti a marchiare il possente bicipite, ma arrivi ad istoriare il cuore con incontestabili prove documentali del livello di attaccamento.
Su Facebook – accanto alle istantanee con muscolose braccia su cui sono riprodotti i volti dei duumviri e frasi imperiose – cominciano a far capolino le cruente immagini dei tattoo su ventricoli e aorte. E’ una gara in cui c’è pure chi tenta di barare, come i meno coraggiosi che chiedono microdecorazioni fatte con sonde transesofagee.
Come nei gironi infernali cui ci approssimiamo, i fedelissimi sono ripartiti in settori merceologici. Gli immancabili golosi si fanno ritrarre mentre tagliano il panettone con la baionetta. Gli ipercinetici si esibiscono per strada abbigliati come l’indimenticabile Giorgio Bracardi nella straripante interpretazione del gerarca Catenacci, mentre esperti di antropologia razziale lavorano alacremente per attuare con immediatezza il piano di remigrazione.
Al pari della Coppa Cobram di fantozziana memoria, in questo presepe fuori stagione non manca nemmeno il “Duca Conte”. Se fosse un film sarebbe divertentissimo.













