Marco Travaglio – esperto in matteria ed anche affidabile – in un saggio del 2004, a proposito di antipolitica, accostò il “caso Grillo” al Movimento dell’Uomo Qualunque che, alle elezioni per l’Assemblea Costituente ebbe un milione 211 mila voti ed elesse trenta Padri della Carta.
Uomo qualunque, per proclamare, anche allora, il diritto di ognuno di valere, comunque, uno, contro i “professionisti della politica, rissosi, violenti, in cerca di un lavoro redditizio”.
L’aveva fondato Guglielmo Giannini, buon teatrante, autore di commedie e soprattutto direttore di un giornale con cui indirizzava i lettori saturi di chiacchiere e promesse, solleticandoli con rubriche non a caso titolate Vespe e Parolacce.
Era un uomo del vecchio sud, napoletano ma di madre inglese. Elegante nel vestire, portava come emblema di raffinatezza, anziché un ingombrante papillon o un’ordinaria pochette, un vistoso monocolo. Insomma, un portamento da signore raffinato, ma anche un po’ da guappo di lusso.
Il suo segreto lo rivelò a Giulio Andreotti il giorno che l’Uomo Qualunque, alle elezioni amministrative di Roma, si piazzò al secondo posto, dopo il Fronte Popolare socialcomunista e prima della Democrazia Cristiana.
“La politica – spiegò – non è diversa dal teatro: sono io che dal palcoscenico ho il potere di far piangere o far ridere la platea” e ammonì il giovane allievo di De Gasperi: “Voi, invece, vi lasciate guidare dagli umori e dalla volontà della gente”. In sostanza, un “Elevato ante litteram”.
Indro Montanelli, mettendolo a confronto con Pannella, scrisse che Giannini, come il futuro vate dei radicali, aveva il gesto e il gusto della scena madre per colpire la fantasia, solleticare le emozioni. Mirando, però, a “raccattare protesta di retroguardia che disturbava senza inquietare, perché senza sbocchi”. Un Ermete Zacconi a fronte di un Pannella Carmelo Bene.
Non lasciò grandi segni nel dibattito costituente, tranne una proposta di sapore davvero genuinamente qualunquistico e che non fu accolta. Essa recitava, tranchant: “Lo sciopero e la serrata sono vietati” (emendamento all’art. 36)
Giannini e l’Uomo Qualunque rimasero in parlamento solo per una legislatura. La prima. Poi, gli elettori non seguirono più il capocomico, l’”artista”, come si definì il 10 novembre 1950, durante il dibattito parlamentare sulla mozione di Pietro Nenni critica nei confronti del patto Atlantico e della Nato. Disse, infatti, che non avrebbe voluto prendere la parola “per quell’istintiva ripugnanza che ogni artista risente verso le fatiche profondamente inutili” e, perciò, si sarebbe limitato solo ad alcune cose indispensabili, risparmiando così “a quest’Assemblea un lungo discorso”.
Non c’erano talk show o le dirette tv con gli spettacolini degli eletti dal popolo messi su alla bisogna con estro da teatro amatoriale ma, già allora, Guglielmo Giannini non nascondeva che “principalmente la discussione si fa per impressionare gli elettori”.
Parlò dell’esercito europeo, mettendo in guardia dai tedeschi che, persa la guerra, ne venivano esclusi, ma, in futuro, dovessero combattere “contro il nemico dell’est, diventerebbero nuovamente cavalieri della tavola rotonda e sarebbe un disastro enorme”.
La Russia? Sembra sentire l’eco del papa che accusò la Nato di essere andata ad abbaiare alle porte di Mosca, dopo che, seppur verbalmente, era stata assicurata a Gorbaciov una opportuna distanza di sicurezza.
Disse Giannini, quel giorno del 1950, in piena guerra fredda: “La Russia fino ad adesso non esige alcuna posizione che non le sia stata riconosciuta e concessa a Yalta… Chi ha fatto queste promesse? Gli uomini di stato americani che oggi pretendono di dirigere il nuovo mondo”.
Novant’anni dopo, a Washington non cambiano le pretese e dappertutto, per i personaggi e gli interpreti, pure il copione della politica.












