Genocidio. Termine coniato nel 1944 dal giurista polacco Raphael Lemkin, unendo la parola greca genos (razza o tribù) con il suffisso latino cidium (uccisione).
Genocidio, crimine definito come qualsiasi atto commesso con l’intento di distruggere, in tutto, o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale, o religioso, formalmente riconosciuto come tale dal diritto internazionale nel 1948 con la Convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio.
Ignoto ai più che esista una cattedra di studi sull’Olocausto e sul genocidio. Invece c’è, alla Brown University di Rhode Island, USA, tenuta dal professor Omer Bartov che il 21 luglio scorso ha pubblicato sul New York Times un’editoriale sull’argomento e ora, a modo mio, ve lo racconto.
Domanda di apertura: come finiscono i genocidi? Due sono le opzioni. La prima è che una terza parte, di solito una forza militare, li ferma. La seconda è che gli autori del genocidio raggiungono il loro obiettivo.
Il caso che fornisce supporto alla prima opzione è ben noto a tutti.
Il genocidio degli ebrei e gli altri crimini di massa del regime nazista, sconfitto nella seconda guerra mondiale, furono giudicati a Norimberga. Quando i genocidi si concludono con la sconfitta militare degli autori, la negazione di ciò che è accaduto diventa impossibile. Vedere i casi della Cambogia nel 1979, del Ruanda nel 1994 e della Bosnia nel 1995. Ne consegue la resa dei conti, per quanto tardiva e incompleta.
Due esempi della seconda opzione.
Tra il 1904 e il 1908, l’esercito imperiale tedesco perpetrò, nell’allora Africa Tedesca del Sud-Ovest (l’odierna Namibia), il primo genocidio del XX secolo. Il generale tedesco Lothar von Trotha il 2 ottobre 1904 emise il Vernichtungsbefehl (ordine di annientamento) nei confronti degli Herero e dei Nama, i due popoli indigeni. Vennero sterminati. Circa 80mila persone vennero uccise attraverso l’isolamento nei deserti, l’avvelenamento dei pozzi, i lavori forzati nei campi di concentramento, o banalmente assassinate. Morì l’ottanta per cento degli Herero e il 50 per cento dei Nama. Alles Stille. Nessuno intervenne. Tutti tacquero. Solo nel 2021 il governo tedesco ha formalmente riconosciuto l’accaduto come “genocidio” e ha promesso un programma di aiuti e investimenti per lo sviluppo. Programma che non include risarcimenti diretti adeguati.
Tra il 1915 e il 1923 il governo nazionalista dei Giovani Turchi, salito al potere nell’Impero ottomano, considerò gli armeni cristiani come una minaccia interna. La popolazione fu privata dei propri beni e deportata con l’obiettivo di “turchizzare” l’Anatolia. Venne così compiuto il genocidio armeno (chiamato dagli armeni Metz Yeghern, “il Grande Male”). Circa un milione e mezzo di armeni persero la vita a causa di esecuzioni sommarie, lavori forzati e marce della morte nel deserto. Il genocidio armeno è ampiamente riconosciuto dalla comunità internazionale e dagli storici. Eppure Ankara, anche se ammette le morti di molti armeni, sostiene siano state conseguenza dei disordini e delle dure condizioni belliche della Prima Guerra Mondiale, accusando gli armeni stessi di ribellioni. A tutt’oggi la moderna Repubblica di Turchia rifiuta ufficialmente l’uso del termine “genocidio”.
Quando il genocidio “riesce”, a causa dell’impunità all’epoca dei fatti, o dell’assenza di successiva attribuzione di responsabilità, lo stato colpevole beneficia delle sue azioni criminali. Per impedire questa dinamica di impunità e profitto, dopo la seconda guerra mondiale venne inventato e codificato il concetto di genocidio.
Obiettivo non conseguito. In risposta agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 con l’uccisione di almeno 1200 civili e militari israeliani, nonché il rapimento di circa 250 di essi, Israele ha condotto un’operazione a Gaza che ha generato l’accusa di genocidio. Israele ha ucciso almeno 70 mila persone (come ammesso dall’esercito israeliano), la maggior parte delle quali civili; i feriti sono quasi 200mila, senza contare la morte indiretta di un gran numero di residenti della striscia di Gaza a causa della totale distruzione di strutture mediche, alloggi e infrastrutture, nonché della privazione di cibo e acqua pulita.
Quanto è accaduto a Gaza, ben documentato dai Media mondiali, sembra presagire un nuovo futuro per questo crimine. Un futuro in cui altre nazioni, o leader, possono avere un incentivo a perseguire politiche genocide sapendo che non solo la faranno franca, ma potrebbero anche trarne beneficio. Un futuro in cui i paesi e le organizzazioni internazionali che si erano impegnati a fermare e punire il genocidio possono dare licenza alla sua riproposizione.
Da quando l’attuale cessate il fuoco a Gaza è entrato in vigore il 10 ottobre 2025 e il piano in 20 punti del presidente Trump è stato approvato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 17 novembre successivo, più di mille civili palestinesi sono stati uccisi da attacchi israeliani. L’esercito di Israele ora controlla quasi il 70 per cento della Striscia di Gaza. Due milioni di palestinesi, che in precedenza vivevano in una delle aree più densamente popolate del mondo, sono ora confinati in un terzo di essa, cercando di sopravvivere in spazi devastati privi delle infrastrutture umanitarie più basilari.
La fase 2 del piano di Trump è iniziata a metà gennaio 2026. Fase che intende realizzare la completa smilitarizzazione e la ricostruzione della Striscia di Gaza, per poi affidarne la gestione a un organismo tecnico palestinese di transizione. A supervisionare il processo c’è un Consiglio internazionale di pace presieduto da Trump. La sua amministrazione ha parlato della costruzione, nel lungo termine, di una “Nuova Gaza” futuristica e multimiliardaria. Inoltre, secondo quanto riferito, sta pianificando la costruzione di una grande base militare per le forze multinazionali. Progetti che inevitabilmente ridurranno i palestinesi di Gaza al ruolo di operai edili e fornitori di servizi per i ricchi che abiteranno quella che era la loro terra.
Come studioso di genocidio, il professor Bartov, nel luglio 2025, ha scritto che quanto accaduto sia un tentativo concertato di eliminare i palestinesi di Gaza. L’operazione presenta tutti gli atti costituenti il crimine di genocidio come espresso dalla Convenzione sul genocidio del 1948, all’articolo II:
- Uccidere membri del gruppo (nazionale, etnico, razziale, o religioso).
- Causare gravi lesioni fisiche o mentali ai membri del gruppo.
- Infliggere deliberatamente al gruppo condizioni di vita intese a provocarne la distruzione fisica, totale o parziale.
- Imporre misure mirate a impedire le nascite all’interno del gruppo.
- Trasferire forzatamente i bambini del gruppo in un altro gruppo.
Improbabile che Israele venga messo di fronte alle sue responsabilità. La Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per Netanyahu e il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, nonché per un funzionario di Hamas, che si è rivelato essere stato ucciso. Nel contempo, gli Stati Uniti cercano di minare l’attività della Corte e Netanyahu circola liberamente.
Anche se Israele venisse dichiarato colpevole di genocidio dalla Corte internazionale di giustizia, le implicazioni di tale sentenza non sono chiare finché Israele ha il sostegno degli Stati Uniti nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che funge da braccio operativo della Corte internazionale di giustizia.
Quindi, probabilmente, i leader israeliani non saranno ritenuti responsabili, a meno che non vengano a un certo punto consegnati all’I.C.C, la International Criminal Court, Corte penale internazionale, da un nuovo governo israeliano non disposto a consegnarli alla giustizia in Israele e desideroso di ripristinare la posizione internazionale della nazione. Possibilità remota.
Il piano in 20 punti di Trump aggira efficacemente qualsiasi possibile responsabilità, o punizione, per gli autori di questo crimine promettendo un futuro luminoso a tutte le persone coinvolte. Assai improbabile che le richieste per il ripristino di una parvenza di normalità per i palestinesi ottengano sostegno quando Israele e i suoi alleati sono impegnati nella costruzione di una città ideale.
Perché poi rinvangare vecchie accuse quando un magnifico (magari distopico) “Mondo Nuovo” sta per emergere? (si ringrazia Aldous Huxley).
Per realizzare il piano di Trump, il governo degli Stati Uniti, o gli uomini d’affari americani che lavorano per suo conto, dovrebbero vendere i permessi di costruzione e leasing di immobili, il cui valore dovrebbe salire alle stelle, di terreni espropriati ai residenti. La costa della Striscia, la cosiddetta “Riviera” di Trump, sarebbe dominata da immobili di prim’ordine, pronti per il turismo e per essere acquistati da facoltosi stranieri. Un’allegra brigata di investitori e magnati immobiliari, tra cui forse Jared Kushner, Steve Witkoff e lo stesso Trump, o le società che promuovono, trasformeranno la cancellazione della Striscia in un’opportunità di investimento internazionale, facendo soldi a palate. Verrà sradicata la storia e cancellata la società di Gaza. Verranno trasformate, ad uso e consumo delle società straniere, in un’economia di libero mercato dalle “mirabolanti opportunità di investimento”, come ha detto Kushner. I palestinesi saranno quasi certamente esclusi da quella che era la loro terra.
Costruire dipende dalle grandi disponibilità economiche di Arabia Saudita e stati del Golfo. In cambio la promessa di legami strategici ed economici ancora più stretti con gli Stati Uniti. Prima dell’innesco della guerra Iran-USA, l’Arabia Saudita e il Qatar, così come Turchia, Egitto e Indonesia, avevano espresso interesse, aderendo al Consiglio di pace di Trump. Dal suo canto, Israele, mentre il Consiglio di pace consolida il controllo e Gaza viene riqualificata, completerebbe un’altra tappa del suo percorso a lungo termine volto a cancellare le speranze dei palestinesi di porre fine all’occupazione israeliana dei loro territori.
Anche altre nazioni, rifiutando di ritenere Israele responsabile, ne trarranno beneficio. La Germania è il secondo più grande fornitore di armi di Israele dopo gli Stati Uniti e ha firmato importanti contratti per l’acquisto di tecnologia militare da Israele. Si sta difendendo alla Corte Internazionale di Giustizia contro le accuse del Nicaragua di facilitare il genocidio a Gaza finanziando Israele e tagliando gli aiuti alle Nazioni Unite. La Germania nega qualsiasi addebito.
Si ritiene che il Regno Unito abbia sostenuto Israele con le sue basi militari a Cipro e stia lavorando per migliorare le sue relazioni con gli Stati Uniti. La recente nomina di Andy Burnham a primo ministro del Regno Unito potrebbe cambiare le cose.
La Francia sta cercando di mantenere la sua influenza politica nel Medio Oriente e di superare la questione del genocidio a Gaza, che, secondo il presidente Emmanuel Macron, sarà risolta “a tempo debito dagli storici”.
Dell’Italia il professor Bartov non parla.
Ovviamente Israele approfitta della situazione. Anche se alcuni governi europei hanno annullato gli accordi sulle armi e sanzionato le società di difesa israeliane in risposta alla violenza israeliana a Gaza, gli affari dell’industria degli armamenti israeliana vanno alla grande. L’esportazione di armi è aumentata del 30 per cento lo scorso anno rispetto al 2024, per un record di 19,2 miliardi di dollari, secondo Calcalist, sito di notizie finanziarie israeliano. Le “operazioni” a Gaza sono ottimi test dei sistemi d’arma e facilitano le attività di vendita, ha riferito Calcalist. In altre parole, distruggere e devastare porta profitti.
Per ora, l’impunità di Israele consentirà ai suoi cittadini di continuare a ignorare il genocidio, le cui conseguenze saranno un peggioramento dell’etica e della moralità del paese, l’erosione dello stato di diritto, la violenza della polizia contro i cittadini palestinesi ed ebrei e l’inibizione di ciò che resta della democrazia israeliana. Oltre ad essere privati di qualsiasi giustizia e attribuzione di responsabilità per le loro sofferenze, le vittime di Gaza delle azioni israeliane continueranno a vivere in condizioni terribili, sotto la supervisione militare e con prospettive future molto limitate.
Da quando il ministro della Difesa Israel Katz ha proclamato lo scorso luglio che Israele sta progettando di stabilire una “città umanitaria” nella parte meridionale della Striscia di Gaza, le condizioni effettive sul terreno continuano a deteriorarsi. Sembra che il piano di Trump sarà facilitato da una forza internazionale, aiutata dal personale di sicurezza palestinese e dalla Israel Defense Force, per racchiudere i palestinesi superstiti in tale città, da cui saranno in grado di emergere solo per servire i ricchi residenti della cosiddetta Nuova Gaza. Nelle vaste parti della Striscia che rimarranno sotto il controllo israeliano, è probabile che vedranno la luce nuovi fiorenti insediamenti ebraici.
Alcuni potrebbero sostenere che il caso di Gaza sia singolare perché Israele gode di una posizione internazionale unica grazie alla sua stretta alleanza con gli Stati Uniti e alla sua dipendenza dall’eredità dell’Olocausto.
Eppure ciò che stiamo vedendo oggi crea un precedente straordinario, che ha il potenziale di minare l’intera premessa del genocidio come crimine punibile ai sensi del diritto internazionale. Se i piani che si stanno attualmente elaborando per Gaza andranno avanti, il genocidio potrebbe essere visto da alcune nazioni come l’estensione legittima e redditizia della politica.
Potrebbe essere il brillante futuro del genocidio.
Terrificante. Non ci resta che piangere.












