5 luglio: il papa torna a vivere l’estate nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Il giorno prima, 4 luglio, da mattina a sera, è uno e trino: Pastore universale, Sovrano, Robert Prevost l’americano. Il predecessore Giovanni Paolo I notava, un po’ naif: “appena eletto ti domandano che nome vuoi prendere” e, ricorda Benny Lai, tra i cardinali del conclave da cui uscì Giovanni XXIII si accese una animata disputa sul chi per primo cambiò nome. Sergio IV, detto os porci, nell’anno Mille?
Al mattino del 4 luglio scorso, dunque, il papa, a Lampedusa, rilancia da Pontefice il messaggio evangelico a “cambiare programma e direzione”. Rivolto anche Oltreoceano.
La sera, da americano, va a festeggiare il giorno dell’Indipendenza con i connazionali, ma come Leone XIV, capo dello Stato Vaticano e, perciò, nella residenza dell’Ambasciatore USA presso di lui. Patriottismo a stelle e strisce e, insieme, consapevolezza che sì, sono la Parola, il Verbo, a dare la Vita, ma per vivere il pane serve (Mt. 4,4)?
Sa, infatti, che delle offerte che gli arrivano dal mondo, più di un quarto parte dagli Stati Uniti (seconda l’Italia, ma con meno del 6%). Naturale, quindi, per il Pontefice essere attento agli umori dei donatori, specie se connazionali.
Si bussa direttamente a loro “perché sono ricchi”, ha commentato recentemente l’ex prefetto dell’Archivio vaticano mons. Sergio Pagano, raccontando di come, solo grazie ad un obolo straordinario delle diocesi americane, fu possibile pagare le spese del conclave da cui fu eletto Pio X, dopo la scoperta che la cassaforte del defunto e prodigo Benedetto XV era vuota: solo un biglietto con amara annotazione autografa “soldi buttati dalla finestra”, a proposito della sua generosità.
Al tempo di Pio XII, durante la seconda guerra mondiale, i capitali dello IOR, dove venivano depositate le offerte in denaro all’Obolo, furono messi in salvo negli Stati Uniti, da cui, a conflitto terminato, tornarono trasformati in pregiatissimi dollari.
Quando, però, cambiò papa, alle aperture sociali di Giovanni XXIII corrispose una certa freddezza dei fedeli americani, molto prodighi, invece, verso il predecessore e si temette una pericolosa contrazione delle offerte.
Oggi, l’Amministrazione Trump e lui stesso hanno dato espliciti segnali di non gradimento delle intenzioni e dei moniti del connazionale di Chicago diventato Vescovo di Roma.
Perciò, la cena famigliare e diplomatica di Prevost – dopo le accuse della Casa Bianca e le indirette ma dure repliche del Papa – non pare essere stata una rimpatriata, ma, piuttosto, pragmatico segnale di consapevolezza, reciproche utilità e prove di dialogo.
La nascita dell’Obolo di san Pietro si ricollega, peraltro, ad eventi politici, come fu l’imminenza della fine del potere temporale da cui i fedeli furono spinti a sostenere spontaneamente il Papa senza più regno, Pio IX, il quale, al termine delle udienze, incaricava delle offerte ricevute il Segretario di Stato.
Leone XIII, le faceva portare nel suo studio e apriva personalmente i sacchetti di velluto bianco deposti dai fedeli ai piedi del trono. Tratteneva gli oggetti preziosi e faceva contabilizzare le monete, accorgendosi, ben presto, della loro diminuzione. Forse per le differenze caratteriali e di atteggiamento rispetto al più bonario e deciso predecessore.
Pio XII affidò, poi, l’obolo all’Istituto per lo Opere di Religione, lo IOR che lo teneva a disposizione esclusiva del papa. Distinto dalle altre finanze vaticane gestite anche a fini speculativi, come faceva l’Amministrazione Speciale con i fondi concordatari riconosciuti dallo Stato italiano e investiti in titoli di grandi aziende. Non sempre, tra l’altro, operanti in attività compatibili con la missione della Chiesa.
La confluenza dell’Obolo nella “Speciale” fu, poi, formalmente proposta ma la personale saggezza contadina consigliò papa Roncalli a consultare in proposito il cardinale Siri. “Lei è genovese – gli disse– e dunque dovrebbe intendersi di certe cose”. La risposta fu lapidaria: ”Se lo farà – cioè se affiderà il suo denaro all’alea del mercato – Lei, Santità, si troverà come san Pietro…in vincoli!”. Non se ne fece niente.
Alla “Speciale” non mancarono, infatti, problemi con le società di cui era azionista spesso maggioritario il Vaticano e, ad esempio, furono ancora gli americani, per l’interessamento della famiglia Kennedy, a far ottenere alla Società Generale Immobiliare di proprietà del Vaticano la lucrosa licenza di costruzione del complesso edilizio del Watergate.
Poi, il governo di centro sinistra presieduto da Moro, abolì l’esenzione fiscale delle partecipazioni azionarie vaticane. Paolo VI decise allora lo smobilizzo di tutte le partecipazioni italiane e Michele Sindona, per una serie di circostanze, si trovò ad essere consulente pontificio e, insieme, mediatore e acquirente.
Il resto è storia recente. Neanche tanto limpida. Seppure, provvidenzialmente, a buon fine.












