Niente paura. Non se ne parla già più. Come se nulla fosse successo.
Nonostante i titoli dei giornali siano l’unica molla che porta a prendere in considerazione problemi che impongono soluzione o mitigazione con la più naturale priorità assoluta, l’effetto scalpore dura un battito di ciglia-
Il caso delle 80 fiale di un micidiale composto chimico 100 volte più “forte” della morfina e 50 dell’eroina ha innescato indagini di polizia, accertamenti amministrativi, stupore e paura per l’intera collettività.
Ne sta emergendo un quadro deprimente di malagestione in una struttura commissariata da tempo e l’episodio comprova l’inutilità o semplicemente l’assenza degli organismi preposti non solo a reprimere ma soprattutto a prevenire eventi disastrosi come quello cui stiamo assistendo letteralmente basiti.
Inutile elencare le defaillance che i quotidiani, la radio e la televisione hanno sciorinato con evidente imbarazzo o superflua aggressività. In quel nosocomio (e vien da temere per gli altri) è stato applicato il metodo “Lallero”, sistema tutt’altro che codificato e il cui nome viene dall’espressione gergale che indica l’estrema leggerezza nell’occuparsi di qualcosa di serio e meritevole di puntigliosa applicazione.
Il “metodo Lallero” ovviamente non esiste, come peraltro non esiste nell’organigramma dell’Ospedale Israelitico la figura di un responsabile della sicurezza cui chiedere conto di quel che è successo e con lui/lei cercare il bandolo della matassa inestricabile proprio per carenza di bandolo.
L’architettura organizzativa (qui il PDF) contempla una Risk Manager (nella persona della dottoressa Vittoria Rendo) e un Responsabile Prevenzione e Protezione (il geometra Stefano Cercola) nei cui compiti non rientra affatto la security almeno come tradizionalmente e praticamente si intende. La prima si occupa di rischio sanitario per i pazienti, il secondo ha competenza sulle attività relative alla sicurezza e all’integrità fisica dei lavoratori.
Entrambi hanno in comune l’avere una casella con il bordo tratteggiato che – ictu oculi – lascia intendere un incarico svolto senza un vero rapporto di dipendenza esclusiva con l’Ospedale Israelitico. Nella fattispecie (come peraltro indicato nel grafico ufficiale) la dottoressa Rendo lavora anche all’Ospedale dell’Isola Tiberina (San Giovanni Calibita – Gemelli) che dista almeno dieci chilometri di traffico intenso da quello che oggi viene considerato il luogo del delitto. Il super specializzato Stefano Cercola è un libero professionista molto apprezzato nel suo settore e l’Ospedale Israelitico uno dei suoi clienti che non lo ha certo incaricato di occuparsi della sicurezza dei depositi critici suscettibili di sparizioni di materiale commercializzabile dal crimine organizzato.
In assenza di risorse interne, destinate a pianificare ed attuare le misure di sicurezza necessarie per evitare situazioni non semplicemente incresciose, probabilmente il nosocomio al centro di questo sgradevole vortice si avvale di realtà professionali che assicurano lo specifico servizio.
A questi vanno i più sinceri complimenti per non aver previsto ingredienti basilari come le telecamere a circuito chiuso che avrebbero fatto comodo per ricostruire la dinamica della sparizione, oppure registri dove annotare chi, quando e perché entrava in quei locali.
Forse sarebbe stato opportuno prevedere una doppia chiave per accedere al deposito incriminato, con la necessità di due operatori per svolgere qualunque immagazzinamento o prelievo. Si tenga conto che si parla di fiale, non di ingombranti e non occultabili frigoriferi industriali, fiale che possono essere state asportate a più riprese magari lasciando al suo posto la scatola chiusa e senza che il contenuto – sempre meno consistente – potesse essere notato.
Ma il problema non si pone. Si sono spenti i riflettori. Che motivo c’è di preoccuparsi?
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