Quando il problema erano i missili che russi e americani piazzavano nei territori amici – o fratelli, come si chiamavano tra loro gli stati del blocco sovietico – i paesi Nato festeggiarono il segretario di stato George Schultz – convinto artefice di accordi di riduzione degli arsenali – regalandogli, nell’ultima seduta del Consiglio cui partecipò, un trenino in miniatura subito battezzato The NATO Train.
Era la fine degli anni 80, Gorbaciov stava avviando la fine della guerra fredda, il Medio Oriente era, al solito, teatro di guerra con l’ostilità di alcuni paesi dell’area alla creazione di uno Stato palestinese contestuale a quello di Israele, nonostante gli accordi internazionali. Gli iraniani, anche allora, deponevano mine ma nelle acque di Bahrein e gli americani li punivano attaccandoli. Con una differenza rispetto alle vicende più recenti, perché nel 1988 lo fecero invocando il diritto internazionale. In particolare, l’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite.
Quelle amministrazioni americane – repubblicane, come l’attuale – parevano, infatti, seguire, almeno formalmente, registri diversi, se, proprio con Schultz, Gorbaciov si lamentò per “l’importanza prioritaria data dagli USA ai diritti umani rispetto al disarmo”. Il quale, comunque, era in cima agli obiettivi politici di Washington, dove sul ricorso alla forza, alle iniziative belliche pareva essere – ed era spesso – privilegiata la via diplomatica. Accompagnata, certo, da una prudente provvista di arsenali militari che anche i sovietici non si facevano mancare.
L’accordo di riduzione degli euromissili fu siglato l’8 dicembre 1987e i parlamenti nazionali occidentali lo ratificarono nei mesi successivi. L’Italia, prima degli USA, definendo anche ulteriori interventi di dismissioni che interessavano la base di Comiso.
Il The NATO train, all’epoca, procedeva senza scossoni tra le carrozze e senza incaute manovre dei conduttori, tra i quali, per quasi sette anni, l’italiano Manlio Brosio. Un politico e diplomatico di lunga esperienza (membro del CLN, vice premier, ministro della guerra, ambasciatore a Mosca, Londra e Washington) che mai avrebbe chiamato paparino, daddy, il presidente degli Stati Uniti. Come, invece, il suo ultimo successore, l’olandese Mark Rutte che ad Ankara presiederà nei prossimi giorni un Consiglio Atlantico quanto mai difficile sul piano dei problemi geopolitici e delle relazioni, anche personali, dei partners.
Con quasi tutti i paesi alle prese, più o meno presto, con esami elettorali.
In Spagna, in quegli anni, il partito socialista, al governo, si trovava a dover fare i conti col suo elettorato – come oggi Sanchez – sul piano della quantità dell’apporto assicurato alla Nato e si potè bilanciare la riduzione di aerei americani nelle locali basi militari con l’accoglimento degli stessi da noi, in Calabria. Da “alleati” e senza presidenti a distribuire pagelle con i voti: buoni e cattivi.
Anche, allora, peraltro non mancavano negli States tendenze isolazioniste rispetto all’Europa, non solo per la comunque già avvertita sensazione che l’interesse americano poteva spostarsi dall’Atlantico al Pacifico, ma anche per gli effetti, sulla politica della Casa Bianca, delle tornate elettorali che, tra primarie, lunghe campagne e rinnovi biennali a metà mandato presidenziale, ci sono ogni anno.
Un insidioso percorso anche per The train NATO.
A proposito di treni, George Schulz, ha raccontato che il Presidente Bush era un appassionato di convogli in miniatura e, così, per Natale, volle portargli il suo “trenino NATO”. Insieme, finirono “per passare una sproporzionata quantità di tempo giocandoci”.
Eh, questi americani!











