Nell’ambito della pianificazione strategica esiste una metodologia per costruire, una volta fissato un orizzonte temporale, delle storie plausibili, basate su eventi possibili, su quanto potrebbe accadere. In gergo tecnico si parla di “Scenario Planning”. Planning sta per “pianificazione”. “Scenario” è parola inglese che troppo spesso, nella traduzione italiana, vene intesa come “situazione”, “quadro” o “prospettiva”, mentre si deve tradurre con “sceneggiatura”, “canovaccio”, o “trama”. Lo Scenario Planning permette di costruire delle sceneggiature, tre e non più di tre, sul prossimo futuro: una positiva, ottimista; una neutra e una negativa, pessimista. Ci si dota così di “memorie del futuro” per non farsi trovare impreparati davanti ai cosiddetti “cigni neri” (“Il cigno nero. Come l’improbabile governa la nostra vita”; Nassim Nicholas Taleb (Autore), Elisabetta Nifosi (Trad.); Il Saggiatore; 24 Feb. 2023).
A dire il vero, più che con una sceneggiatura, si ha a che fare con un canovaccio, tipico della Commedia dell’Arte italiana del XVI secolo, dove, come in tutte le storie, dalle favole di Esopo alle avventure di Harry Potter, si ha a che fare con le interazioni fra tre soggetti più uno: l’eroe, l’amico dell’eroe, il nemico dell’eroe e l’elemento dirimente, che modifica l’equilibrio fra le forze: flauto magico, bacchetta incantata, spada nella roccia, drago amico, kryptonite … .
Nella fattispecie, ovvero nel metodo dello Scenario Planning, i tre soggetti in questione sono, classicamente, la Politica, l’Economia e la Società. Facendo loro cambiare ruolo si possono comporre sei storie diverse, da fare convergere poi nelle tre di cui sopra. Il ruolo dirimente è assegnato alla tecnologia.
In altre parole, la tecnologia è al servizio degli altri tre. Non può innescare una rivoluzione, non è mai accaduto. Possono farlo solo i tre protagonisti, ma può fornire loro alimentazione, supporto, oppure essere di ostacolo.
Sempre in termini tecnici, questo tipo di approccio è conosciuto come “PEST Analysis” (PEST sta per Politica, Economia, Società e Tecnologia).
Dal 12 giugno 2026 quanto raccontato non è più vero, o meglio non più del tutto vero perché la tecnologia non è più accessorio alle altre tre componenti dello scenario: è diventata soggetto protagonista.
Il 12 giugno è il giorno in cui, in nome della sicurezza nazionale, l’amministrazione Trump ha ordinato ad Anthropic, uno dei principali attori dell’intelligenza artificiale (IA), di impedire a qualsiasi cittadino straniero l’accesso a Fable 5 e Mythos 5, i suoi modelli più avanzati.
Apparentemente si tratta di un puro atto di potere da parte dello Stato. In realtà è ben altro. Non solo è il riconoscimento del ruolo primario che oggi ha la tecnologia nel definire la capacità strategica di uno Stato, ma è anche il tentativo dello Stato stesso di recuperare il controllo della tecnologia, perso a seguito dell’errore compiuto nel delegarla a società private, società che fatica a controllare, trovandosi in un rapporto di forza del tutto sfavorevole.
Il blocco di Anthropic è conseguenza diretta della vaghezza della strategia adottata dall’amministrazione americana in materia di regolamentazione della tecnologia dell’IA. Un giorno, sostiene il laissez-faire totale (vedi posizione espressa dal vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance, al vertice di Parigi sull’IA, nel febbraio 2025). Il giorno dopo afferma il primato della politica (vedi marzo 2026, a proposito dell’uso letale dell’IA nei conflitti armati).
A questa incoerenza di fondo si aggiunge una preoccupazione più immediata: l’entourage di Donald Trump aveva qualificato Anthropic come “IA di estrema sinistra, incontrollabile”. C’è da chiedersi se il caso sia alimentato da raffinate preoccupazioni di sicurezza. nazionale, o sia un semplice e bieco paravento per un regolamento di conti politico.
Questo atteggiamento ondivago rivela sia uno Stato che naviga a vista per non aver pensato, a tempo debito, a definire quella che viene chiamata “governance” della tecnologia dell’IA, ovvero il suo sviluppo, coordinamento e controllo, sia, in tutta la sua drammaticità e urgenza, il problema della relazione fra potere pubblico e potere tecnologico.
Dalla fine della seconda guerra mondiale la supremazia americana si è costruita su una chiara articolazione tra innovazione privata e azione pubblica. Il nucleare, l’aeronautica, lo spazio, l’informatica, o l’universo delle reti, sono frutti di un ecosistema dove lo Stato finanzia, orienta, comanda per poi lasciare al mercato il compito di diffondere la tecnologia. Ricetta semplice: il settore privato innova, lo Stato tiene il timone strategico. Chiara assegnazione dei ruoli: implicita, ma strutturante, tanto da costituire la base del potere americano.
Storia passata e trascorsa perché l’IA generativa di frontiera, così avanzata da ridefinire gli equilibri geopolitici, ha fatto evaporare questo schema. I suoi modelli più performanti non sono progettati in laboratori pubblici, non sono integrati in una strategia nazionale. Sono sviluppati da aziende private che hanno varcato, da sole, soglie tecnologiche che lo Stato non aveva né anticipato, né inquadrato.
Nei confronti dei modelli Fable 5, o Mythos 5 di Anthropic, Washington non dispone né di un diritto di proprietà, né di un controllo operativo paragonabile a quello che esercita sul nucleare, o su un sistema d’armi. Non li ha progettati, non ne padroneggia l’architettura, né ha le capacità per farlo.
Quando uno Stato ha il pieno controllo di una tecnologia, la regola, la controlla, la norma nel tempo. Quando teme di perderne il controllo, la blocca. Il kill switch (il pulsante di arresto di emergenza) non è uno strumento di potere, ma un’arma da usare in mancanza d’altro. L’amministrazione americana, agendo per decreto di emergenza su una base giuridica fragile, riconosce implicitamente di aver lasciato che si costituisse, al di fuori del suo grembo, una capacità strategica che non sa più integrare nella sua azione. Il suo non è un atto di sovranità, ma d’incertezza politica, di disperazione, con gravi effetti economici.
Trasformare un bene privato, ovvero un prodotto che l’azienda detiene legalmente, in un bene “quasi pubblico” considerato negativo di cui lo Stato si riserva il diritto di neutralizzare lo sfruttamento, equivale a lanciare un segnale ambiguo a tutto l’ecosistema e soprattutto alle aziende: “Alcuni dei vostri modelli possono venire dichiarati troppo potenti per circolare liberamente, ma nessun quadro stabile vi consente di anticipare il momento in cui ciò accadrà”.
L’unico elemento strutturale presente è l’incertezza.
Quindi, come valorizzare un’azienda il cui patrimonio principale può essere sospeso per decreto, o investire in lunghi cicli quando le regole del gioco cambiano senza preavviso? A forza di voler riprendere il controllo, lo Stato americano rischia di aumentare il costo del capitale per l’intero settore dell’IA avanzata, proprio nel momento in cui le esigenze di finanziamento crescono esponenzialmente e la concorrenza internazionale, leggi cinese, si intensifica.
Si ha a che fare con un paradosso micidiale, prodotto dal successo stesso del modello americano. Affidandosi al settore privato per innovare, Washington ha ottenuto esattamente ciò che voleva, prima di scoprire quanto stava rischiando di perdere in termini di controllo.
L’IA non è una tecnologia come le altre. La sua capacità di riconfigurare in profondità gli equilibri economici, informativi e militari la rende inadatta a una governance puramente basata sulla mano più o meno invisibile del mercato.
Una parte del sistema economico nazionale statunitense difende l’idea che solo la velocità dell’innovazione, non regolamentata, possa garantire il vantaggio strategico americano, senza pensare alle conseguenze politiche di questo approccio.
Lo Stato americano si trova ora costretto, prendendone atto, a introdurre un dirigismo mal ragionato, brandendo come unica dottrina l’ennesimo decreto di emergenza.
Così facendo non si affronta il problema vero, di fondo: cosa fare perché la politica rientri in possesso degli strumenti che ha lasciato silenziosamente scarrocciare fuori dal suo controllo; come ridare preminenza a Politica, Economia e Società; come riportare la tecnologia a rivestire il suo “storico” ruolo.
Il quadro nazionale non è più sufficiente. Le soluzioni si possono trovare, se e solo se, si cambia la scala di osservazione e analisi.
Occorre creare un’autorità internazionale della ricerca nell’IA.
Già, è l’appello di papa Leone XIV, nella sua enciclica Magnifica humanitas.
Resta da sapere chi può e vuole portare avanti il progetto.












