Sulle pagine di Giano sono apparsi, oltre ai tanti articoli sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, ovvero dei troppi morti, infiniti potremmo dire, alcuni articoli in merito allo sfruttamento dei lavoratori.
In particolare “Oltre ogni possibile immaginazione” (21.6.2024), “Il caporalato questo sconosciuto” (22.6.2024) e, per ultimo “La mafia pakistana, il franchising della ‘ndrangheta” (3.6.2026).
Questo, non per il dubbio gusto di autocelebrarsi ma affinché il lettore comprenda il nostro costante impegno. Oltre ai decessi nei luoghi di lavoro si muore per caporalato. In questo secondo caso è più corretto parlare di omicidi volontari, talvolta premeditati, conditi da efferata crudeltà.
Corpi di esseri umani, sempre immigrati, che vengono scaricati a sacco d’ossa come a Latina o bruciati vivi in un mezzo bloccato all’esterno ad Amendolara, in provincia di Cosenza. Gli italiani non fanno più i duri lavori nei campi, la terra è bassa, la fatica è tanta, la paga pressoché nulla. Rammentiamo l’incidente che costò la vita a dodici braccianti il 6 agosto 2018 e pochi giorni dopo ne morirono altri quattro. Il vice Presidente del Consiglio e Ministro dell’Interno pro tempore promise di stroncare il caporalato e le sue nefandezze in breve. Dopo otto anni è ancora vice Presidente del Consiglio e il caporalato è vivo e vegeto, più forte che mai.
Qualche politico, emergente e non, probabilmente penserà: meglio, qualcuno di meno da reimmigrare, soldi risparmiati.
Costoro che sono tutti “Dio, Patria e Famiglia” forse dimenticano le parole del Vangelo e le numerosissime esortazioni dei Pontefici che si sono susseguiti negli ultimi decenni sul soglio di Pietro: il rispetto e l’amore per il nostro simile, nessuno escluso. Per loro Dio fa comodo in una retorica elettorale, qualcuno mostra la croce al collo. Per taluni forse la croce sarebbe un metodo spicciolo per eliminare gli immigrati, crocefiggendoli, così gli altri ci pensano bene prima di rischiare la vita, dopo periodi di torture nelle carceri libiche, tentando le traversate su barconi fatiscenti.
Il caporalato, il pizzo sono una costante non solo di certi luoghi; si è esteso quasi ovunque in Italia. Abbiamo iniziato l’esportazione della mafia e dei suoi metodi sin dalla seconda metà dell’ottocento. Teoricamente i governanti dovrebbero conoscere di cosa si parla. Chissà se il “pizzo di Stato” sui carburanti sarà al centro di altri spot elettorali, considerando che quello di Stato non è diminuito, anzi si è lievemente incrementato.
Il vero pizzo non lo si combatte, troppo difficile, forse pericoloso elettoralmente, si dovrebbe incidere e tentare di sradicare ataviche abitudini e tradizioni criminali. Inutile nascondersi dietro un dito o raccontare favole alle quali neanche i più ingenui credono. Occorrono anni e cambio culturale: cose da due decenni almeno.
Ricordiamo l’intervista del Prefetto Emanuele De Francesco che rilasciò nell’estate del 1992, era Alto Commissario per il coordinamento della lotta contro la delinquenza mafiosa e Direttore del SISDe. Disse al quotidiano La Repubblica, più o meno testualmente: “se iniziamo a lavorare seriamente e duramente entro il 2000 sconfiggeremo al mafia”. Fu assalito dai politici i quali, a parole, sostenevano che la criminalità si poteva sconfiggere nel volgere di pochi anni solo per aver costituito l’Alto Commissario. Gli furono stroncate le aspirazioni a divenire Capo della Polizia. Siamo a quasi 35 anni dopo e la criminalità organizzata ha sempre più potere, è sempre più ricca, sempre più ha penetrato i gangli dello Stato, ha saputo adattarsi, anche anticipando, i mutamenti del mondo economico. Terminata l’epoca sanguinaria dei corleonesi, si uccide di rado. Il sangue attira gli investigatori. Sottotraccia si lavora meglio. Il caporalato è una delle sue propaggini, tra le più visibili. Poco male se qualche volta si muore od occorre uccidere “gli schiavi” stranieri. Non per errore abbiamo usato la parola schiavi. Domandiamoci perché il loro vivere in condizioni sub umane, con paghe sotto il livello di fame ogni tanto scatena qualcosa in loro. Se per il 2000 non ce l’abbiamo fatta i nostri politici, di ogni colore, pensano di riuscire per il 2100? Lo auguriamo ai posteri. La sicurezza sta divenendo sempre più un fattore di fortuna: mai trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Non si sa come si finisce con coltelli alla portata di tutti, proiettili vaganti e non, assalti di bande con armi varie per rubare pochi spiccioli o terminare in modo eccitante una serata. Fortunatamente ancora non usano armi chimiche ma potrebbero attrezzarsi con ricerche nel dark web. La sicurezza è sconosciuta da chi la propaganda quotidianamente. Riprendendo e parafrasando le parole del Vangelo: Dio perdona loro perché non sanno quello che fanno, che dicono e promettono.
Le immagini provenienti da Belfast e quelle delle manifestazioni sudafricane sembrano appartenere a mondi lontani.
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