Come quando uccisero Aldo Moro, l’assassinio del giudice Giovanni Falcone e della sua scorta, il 23 maggio 1992, avvenne mentre l’Italia aveva affidato il governo a Giulio Andreotti. Anche quelli dal 1989 al 1992 erano anni tra i più difficili per il Paese. Nel’78, quando fu rapito il presidente della Dc, c’erano le Brigate Rosse a voler dettar legge e rifondare il potere sul sangue dei servitori dello Stato. Alla fine degli ’80, la mafia. Stesse azioni criminali, ma finalità diverse: asservirlo, lo Stato.
Da quel governo, in cui ministro della Giustizia era Claudio Martelli, Falcone fu chiamato a Roma da Palermo dove, dopo il maxiprocesso, pareva destinato ad assumere la guida della Procura.
Invece, il Consiglio Superiore della Magistratura decise diversamente ed i metodi d’indagine del pool antimafia vennero rivisitati da “menti raffinatissime”, con corvi e sciacalli al seguito. Dentro e fuori del Tribunale. Sospetti, rivalità e dissensi che certamente non dispiacevano alla mafia.
Scriverà Emanuele Macaluso, uno degli storici dirigenti del PCI, in “Giulio Andreotti tra Stato e mafia” – Rubettino 1995: “I suoi colleghi di magistratura democratica votarono contro Falcone al CSM” (non Caselli) e aggiunse: “Le campagne delegittimanti e denigratorie riguardano spesso persone che hanno una storia visibile, di cui bisognerebbe, sempre tener conto”.
Neanche l’incarico nell’alta amministrazione giudiziaria del VI governo Andreotti le fermò. Anzi, le polemiche, amplificate da trasmissioni tv ed interessati – quanto oggi deliberatamente dimenticati – attacchi politici, continuarono. Però, l’impulso alla legislazione e alle strutture anticrimine, dato in via Arenula da Falcone, rese quel periodo fecondo di leggi, decreti, atti amministrativi rivelatisi, poi, strumenti determinanti di riaffermazione dell’autorità dello Stato.
Sulla “mafiosità” del sette volte presidente del consiglio, Macaluso distingueva tra “responsabilità politiche nella mediazione” con certi poteri e “diretta partecipazione – che escludeva – all’associazione mafiosa”, definendo “pericolo per la giustizia” i processi fondati solo sui racconti dei “collaboratori”.
Era stato, peraltro, Falcone a sconfessare il pentito Pellegritti che aveva accusato di collusioni con la mafia Salvo Lima, capo della corrente andreottiana in Sicilia (prima era stato “fanfaniano”) e a smontare l’accusa di partecipazione diretta e indiretta del capo del governo ad una festa nuziale dei fratelli Salvo, esattori in Sicilia.
Macaluso insisterà sulla correttezza delle indagini e l’impegno di Falcone “per difendere l’autonomia dello Stato che verrebbe mortificata da un’accusa rivelatasi inconsistente”, concludendo esplicitamente: “Questo è sempre vero; è più vero nei processi di mafia; più vero ancora quando l’imputato si chiama Giulio Andreotti” (pag. 162).
Ma il collega Pino Arlacchi lo liquidò malamente, accusandolo di rimpiangere “come la vecchia guardia comunista” il dialogo avuto nel tempo con il leader dc, capo del primo governo appoggiato dal PCI di Berlinguer.
Il nome di Giovanni Falcone aleggiò molto nella vicenda giudiziaria di Andreotti, per il quale: “se Falcone fosse vivo, questo processo non si sarebbe fatto”. Il pubblico ministero Roberto Scarpinato disse: “Senza il sangue di Falcone non avremmo avuto la forza di processare Andreotti” e in un’udienza dell’ottobre 1999: “Andreotti l’ha salvato Falcone”, con riferimento al caso Pellegritti”.
Testimonia anche questo il giornalista Lino Jannuzzi (“Il processo del secolo” – Mondadori 2000) aggiungendo ( pag. 223):” Le cose si complicheranno quando si presenteranno testimoni a dire che tra Andreotti e Falcone sono intercorsi rapporti di frequentazione e confidenza, fatti di telefonate persino durante le vacanze e di visite nello studio privato di San Lorenzo in Lucina” .
Tanto, perché le cose son molto più complesse di come, tra uno spot e l’altro, vengono propagandate. Nulla togliendo alla chiara diversità dei due personaggi, Andreotti e Falcone. Sul primo, disse il presidente Napolitano il giorno della morte: “Sarà la storia a giudicare”. Sul Giudice, anche quest’anno, il ricordo e l’apprezzamento grato sono stati corali. Come giusto.












