Il Nobel per la letteratura Eugenio Montale (Genova 1896 – Milano 1981), nella strofa conclusiva della poesia Meriggiare pallido e assorto, “andando nel sole che abbaglia”, sente “con triste meraviglia, com’è tutta la vita e il suo travaglio, in questo seguitare una muraglia, che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia”. Nel componimento – pubblicato nel 1925, nella sezione Ossi brevi della raccolta Ossi di seppia – il Poeta descrive il paesaggio ligure, deserto e battuto da un sole caldo, specie nelle ore centrali della giornata, segnate dal canto delle cicale. Con i suoi versi, rappresenta la vita inaridita, lo stato di abbandono dei luoghi e l’isolamento dell’individuo, imprigionato da quel muro reso invalicabile dai “cocci aguzzi di bottiglia”.
Molto più a sud, a Forenza, un piccolo borgo lucano di 1.700 abitanti, c’è chi ha fatto dei cocci non offendicula, non limite, ma luce, colore, energia. Un poliedrico artista del luogo, ha ricomposto sui muri, nei vicoli, sotto gli archi, sui tetti, i frammenti di una Forenza estinta, fatta di pezzi di ceramica, vetri e vasi. Nelle sue opere, con grande sensibilità, ha ridato vita ai cocci di oggetti ormai in frantumi, componendo decorazioni che nulla hanno da invidiare ai mosaici di Gaudì. La sua stupefacente fantasia ha creato un paradiso metafisico perfettamente fuso con l’ambiente rurale del piccolo borgo, da adottare come simbolo e speranza di rinascita della Lucania e – perché no? – di questa Italia a pezzi.
Nei siti archeologici, i cocci sono stati utilizzati per decifrare frammenti di civiltà passate. A Roma, tra il I e il III secolo d.C. ne sono stati accumulati così tanti da creare il Monte dei Cocci, composto da ciò che rimane di circa 25 milioni di anfore in terracotta, utilizzate per trasportare olio d’oliva ed altre merci.
L’artista lucano è andato oltre il valore archeologico dei cocci: ha attribuito ad essi il senso di un’umanità perduta, fatta di mani che hanno toccato, regalato, occhi che hanno ammirato “il servizio buono della zita”, profumo di caffè, mamme, bambini, nonne, famiglie, dita contadine troppo grandi e indurite per far presa sulle tazzine.

I suoi mosaici hanno superato il confine rappresentato dalla muraglia invalicabile di Montale, liberando l’uomo dal “travaglio” e trasformando le case in gioielli e le aride mura del borgo di Forenza in arcobaleni pieni di luce e di poesia. Percorrendo quei vicoli e salendo sui tetti, tra profumo di sugo e di pane e sotto stormi di rondini, si resta abbagliati dal sole che, attraversando bottiglie, specchi, cristalli, lampade, bicchieri, si libera dal “male di vivere” montaliano e riacquista i colori della speranza, sostituendoli all’abbandono. Così la vita riprende il suo corso oltre quel muro e, coccio su coccio, diviene meraviglia.












