Le “Portatrici carniche” furono quelle donne che, nel corso della Prima Guerra Mondiale, operarono lungo il fronte della Carnia, trasportando con le loro gerle rifornimenti e munizioni fino alle prime linee italiane, laddove combattevano i reparti alpini. Erano dotate di un apposito bracciale rosso con stampato il numero del reparto dal quale dipendevano; percorrevano anche più di 1000 metri di dislivello portando sulle spalle gerle di 30-40 kg. Ogni viaggio veniva loro pagato una lira e cinquanta centesimi, equivalente a 3,50 euro. La loro età variava dai 15 ai 60 anni. Tre di loro rimasero ferite: Maria Muser Olivotto, Maria Silverio Matiz (entrambe di Timau) e Rosalia Primus di Cleulis. Una di loro, Maria Plozner Mentil, cadde colpita da un cecchino il 15 febbraio 1916. L’ultima portatrice carnica vivente è stata Gallizia Angela, nata a Bevorchians il 13 settembre 1903, deceduta a Bergamo il 23 novembre 2005 all’età di 102 anni. Sono figure perlopiù dimenticate dalla storia. Ai battaglioni sulle vette occorrevano viveri, medicinali, munizioni; non vi erano strade percorribili da veicoli, né mulattiere come ben sapevano i taglialegna di inizio secolo. Erano impegnate in ascese di ore su pendii impietosi. Solevano dire: ”andiamo, altrimenti quei poveretti muoiono anche di fame”. Erano donne meravigliosamente resistenti, a disposizione di chiunque ne avesse avuto bisogno. Maria Plozner Mentil è il simbolo delle Portatrici: è l’unica donna a cui sia stata intitolata una caserma, a Paluzza (Udine), oltre che la prima a ricevere, anche se solo nel 1997, la Medaglia d’Oro al Valor Militare. Era una giovane madre, nata nel 1884; aveva 32 anni e quattro figli quando venne colpita da un cecchino mentre saliva a consegnare i rifornimenti e munizioni. Fu sepolta con gli onori militari sotto i bombardamenti, in presenza di tutte le sue compagne e di un picchetto militare. Giace nel Tempio Ossario di Timau, suo paese di nascita, insieme a 1626 alpini, fanti e bersaglieri. Il fatto di non essere state militarizzate ebbe due conseguenze: non solo non ricevettero il sostegno economico spettato ai soldati che avevano combattuto nel conflitto ma, soprattutto, le ha fatte dimenticare molto a lungo. Eppure, per chi al fronte si trovava davvero, le Portatrici erano considerate al pari di un reparto e veniva loro rispettosamente rivolto il saluto militare. I sentieri per la fienagione si trasformarono in rampe d’accesso per viveri, proiettili e cortei per il trasporto dei caduti. Chi portava cibo per un intero battaglione doveva spesso farsi bastare per l’intera giornata una patata o poco più. Sul fronte donne e uomini hanno combattuto insieme con funzioni diverse.
Le loro gesta sono ricordate nel libro di Ilaria Tuti “Fiori di roccia”. L’autrice sottolinea come la storia ricordi solo le imprese degli uomini, dimenticando sacrifici e impegno delle donne in molteplici settori per sostituire e sostenere gli uomini al fronte. Di queste donne pochissimo si sa fuori dal Friuli. Perché il soprannome “fiori di roccia”? I soldati, in una situazione particolare, avrebbero desiderato donare delle rose a queste donne, fiori irreperibili. Scelsero, quindi, le resilienti stelle alpine: “È questo che siete. Fiori aggrappati con tenacia a questa montagna. Aggrappati al bisogno di tenerci in vita”. Grazie anche alla loro abnegazione, il fronte italiano della Zona della Carnia non cedette mai, almeno finché i soldati non dovettero abbandonare le posizioni mantenute con così grandi sforzi e sacrificio di vite e ripiegare sul Piave, dopo la battaglia (iniziata il 24 ottobre 1917) e la successiva disfatta di Caporetto.
Ricordiamo che la Carnia è una regione storico-geografica montana friulana, situata nella parte nord-occidentale della provincia di Udine, comprendente buona parte delle Alpi Carniche e valli alpine. Il suo centro principale è Tolmezzo.
L’autore sicuramente non necessita di presentazione, sarebbe troppo lungo il suo curriculum; nell’esergo pone alcune righe di Italo Calvino.
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