Non è facile parlare di salute cognitiva in un’epoca in cui i sopravvissuti (o gli assenti) alla catechesi televisiva sono inciampati nei social network e negli altri specchi deformanti che mescolano la vita reale con quella virtuale.
La generazione del telecomando è stata superata da quella della tastiera, poi da quella del mouse, quindi del touchscreen e infine dell’input vocale. Dopo televisore, Internet, aggregatori sociali e piattaforme multimediali, è venuto il turno dell’intelligenza artificiale.
La nostra quotidianità ha un suo totem le cui iniziali sono una I e una A. Il mediatore tra noi e la misteriosa entità che elargisce risposte fulminee e ristagnanti presunte verità si chiama “chatbot”, un sofisticato programma informatico progettato per imitare la conversazione umana e fornire assistenza automatizzata dopo esser stato addestrato su enormi quantità di dati testuali.
Grazie ad un complesso sistema di autoapprendimento, che istruisce ininterrottamente la “macchina” raccattando tutto quel che trova online e facendo tesoro anche delle esperienze con gli utenti, i chatbot comprendono il contesto, le sfumature e persino i riferimenti culturali, rendendo le loro interazioni molto simili a quelle umane.
A differenza dei motori di ricerca che forniscono agli utilizzatori una quantità pressoché infinita di informazioni (lasciando loro la possibilità di scegliere quel che più sembra aderente e soprattutto affidabile per il rispettivo interesse a sapere o approfondire qualcosa), i “chatbot” cercano e scelgono il materiale per dare risposta sulla base di regole e algoritmi che ne disciplinano il funzionamento.
Nel primo caso si parla di interazione transazionale, nel secondo (quello dei “chatbot”) di interazione conversazionale perché si assiste ad una sorta di dialogo tra essere umano e dispositivo elettronico che si adatta agli input dell’utente e può essere in grado di fornire risposte personalizzate.
E’ fin troppo evidente che immediatezza e modalità espressiva dei “chatbot” influiscono nei processi cognitivi in modo decisamente più intenso di quanto non potesse fare un “banale” motore di ricerca che si limita ad un semplice recupero di dati, informazioni, documenti.
L’essere umano – e ogni giorno se ne ha dimostrazione pratica – rimane affascinato dalla “bravura” dell’intelligenza artificiale nel rintracciare quel che serve, nel risolvere problemi e nell’automatizzare attività. E quella ammirazione si tramuta in una sostanziale progressiva pigrizia.
L’eccessivo affidamento alle tecnologie potrebbe potenzialmente portare a un declino cognitivo. Gli addetti ai lavori parlano di “atrofia cognitiva indotta” proprio dagli strumenti ICT (la sigla che identifica il comparto Information and Communication Technology).
Il rischio – riconosciuto da più parti – è quello di una graduale riduzione delle competenze cognitive fondamentali, ambito in cui rientrano il pensiero critico, l’acume analitico e la creatività.
L’abituarsi ad interagire con i “chatbot” senza una contemporanea coltivazione delle competenze cognitive fondamentali può portare all’instaurarsi di una micidiale dipendenza e inevitabilmente ad un sottoutilizzo delle capacità cognitive che si ritrovano ogni giorno meno reattive ed efficaci.
E’ venuto il momento di rallentare la nostra meraviglia, di frenare la foga, di evitare inutili estasi dinanzi ai prodigi hi-tech.
Un poco razionale fanatismo può essere il clic sul grilletto con cui uccidiamo la nostra capacità cognitiva.
La speranza – probabilmente vana – è che tanta eccitazione somigli a quella dei cittadini romani che nel racconto di Ennio Flajano accolgono con stupore il marziano atterrato nella Capitale. L’extraterrestre, dopo applausi trionfali, vede poco alla volta diluirsi il suo fascino e con il passare del tempo finisce con lo sprofondare in un becero folklore. L’assuefazione, si sa, porta ad accantonare l’incredulità e l’approccio fideistico.
Purtroppo i segnali non sono rassicuranti e la favola dominante è quella dei fratelli Grimm ed è ambientata ad Hamelin. Le note del pifferaio magico risuonano forte e tutti si accodano…
Onofrio del Grillo, il leggendario Marchese sinonimo di protervia e sopruso, si era docuto accontentare dell’ormai classico “Io so’ io, e voi non siete un cazzo”.
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