L’enciclopedia Treccani ci fornisce una vasta spiegazione del lemma “giusto”. Tra le tante: “ciò che è conforme alla giustizia”, “fondato sulla giustizia”, “che risponde alle esigenze o all’uso a cui è destinato e quindi è adatto, opportuno” “che è nella misura o quantità richiesta od è come dovrebbe essere” ed altre.
Molti ricorderanno il programma televisivo “Ok, il prezzo è giusto” del genere “game show”; è stata una delle trasmissioni più longeve con 3466 puntate dal dicembre 1983 all’aprile 2001. In quel telequiz si doveva indovinare il prezzo di vendita di un determinato bene, quindi un numero “giusto” o esatto.
Il concetto di “giusto” non è misurabile in quanto è un giudizio su un qualcosa a meno che non si riferisca a qualcosa di quantificabile. Si pensi alla cucina quando nelle ricette si scrive, o dice, Q.B. (quanto basta) per dire giusto di sale, olio o altro. Evidentemente ognuno lo interpreta in base ai propri gusti e necessità fisiche (diete, valori del sangue e altro). Pochi giorni fa il Governo ha emanato un decreto dove si parla di “salario giusto”. Il salario giusto non è misurabile, è solo una indicazione priva di valori reali e concreti. A quale somma oraria, giornaliera, settimanale, mensile corrisponde il giusto salario? Mistero della fede. Giusto equivale a cento od a mille? Non essendo misurabile il parametro di riferimento è aleatorio.
La normativa dovrebbe tutelare l’equilibrio degli interessi di lavoratori e parti sociali garantendo una retribuzione non inferiore ai minimi stabiliti dai contratti collettivi nazionali stipulati tra le organizzazioni sindacali e quelle datoriali più rappresentative. La norma, che non contempla un salario minimo, devolve alla contrattazione la definizione delle voci retributive. Pertanto, il salario giusto è determinato dalla contrattazione collettiva tra le parti. In particolare, definisce salario giusto per ogni settore è il “trattamento economico complessivo” definito dai contratti collettivi nazionali stipulati dalle organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale. Si tratta di Cgil, Cisl e Uil per quanto attiene ai sindacati dei lavoratori; Confindustria, Confcommercio, Confartigianato, CNA, Confagricoltura, Coldiretti per quanto concerne i datori di lavoro.
Chi non riceve il giusto salario dovrà rivolgersi alla Magistratura. Nulla garantisce che i “contratti pirata” siano posti fuori norma in modo automatico. In questo caso il datore di lavoro non può accedere agli incentivi alle assunzioni. I datori di lavoro che non aderiscono agli accordi avranno margini di manovra a discapito dei lavoratori. Le stesse penalità in caso di non rinnovo contrattuale sono risibili.
Teniamo in debito conto che anche taluni contratti, firmati tra le Organizzazioni sindacali più rappresentative ed i datori di lavoro, particolarmente con gli attuali tassi di inflazione, non garantiscono un salario adeguato che possa fornire una dignitosa qualità della vita. Molto spesso il salario è insufficiente ad assicurare livelli di vita idonei alle famiglie. Si arriva alla seconda decade del mese, i carrelli della spesa sono sempre più vuoti ed il cibo di minor qualità e varietà. Si privilegia il nutrimento meno costoso, non di rado a scapito della salute.
Quanto sommariamente evidenziato fa comprendere che dietro il “salario giusto” vi è ben poco di concreto. Quali sono le somme che il lavoratore riceve con il “salario giusto”?
Senza troppi giri di parole pare proprio uno spot elettorale, uno specchietto per le allodole gettato a sacco d’ossa in occasione della festa dei lavoratori.
Le soluzioni sono: il salario minimo e la garanzia dei recuperi dei tassi di inflazione sulle retribuzioni, pur senza tornare alla scala mobile con l’indicizzazione automatica di stipendi e salari che è stata in vigore in Italia sino al 1992.
Giusto salario e minimo salario non sono sinonimi. Uno è un valore aleatorio, l’altro un valore certo. Diamo il giusto significato alle parole.
Quanto al salario ed alle discussioni, vecchie e nuove, circa l’equità della sua determinazione, Giuseppe Bodi, su Giano, ha ammonito che “il concetto di giusto non è misurabile”.
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