J.D. Vance è il secondo alla Casa Bianca e lo è anche nel voler dare consigli al Papa.
Pochi giorni fa, ha raccomandato a Leone XIV di “fare attenzione quando parla di teologia” ma, prima di lui, un altro alto esponente dell’estabilishment americano, Clara Boothe Luce, ambasciatrice a Roma negli anni ’50, ci aveva provato con Pio XII, insistendo a tal punto nel dargli consigli che – racconta Enzo Biagi – il pontefice la interruppe per dirgli: ”Signora, sono cattolico anch’io”.
Atteggiamenti forse da papismo iniziatico – essendo, i due, neo convertiti- che non paiono propri del cattolico di nascita Marco Rubio, segretario di stato, il quale, nelle oltre due ore di permanenza nel palazzo apostolico, giovedì scorso, si è trattenuto “a cordiale colloquio” evitando, si suppone, qualsiasi intento pedagogico.
Alla fine, poche parole da parte di Rubio. Altrettanto, nel Bollettino della Santa Sede: sei righe in cui spiccano – e spiegano molto – le parole “è stato rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali”. In sostanza, riprendere il cammino ma per “lavorare instancabilmente in favore della pace”. Per “coltivare”: forse perché i frutti, per ora, non sono giudicati maturi.
D’altronde, i rapporti tra la Chiesa di Roma e l’America protestante non sono di lunga data. Neanche quando fu eletto alla Casa Bianca il cattolico J.F. Kennedy fu possibile stabilire relazioni diplomatiche piene. Anzi, si acuirono i problemi dell’antica questione cattolica al punto che gli veniva rimproverato di “ricevere più spesso il vecchio amico di famiglia cardinale Cushing, che non dignitari evangelici o rabbini illustri” e gli venne “proibito” quello che invece era stato consentito al predecessore F.D. Roosevelt, che poté mandare in Vaticano un suo “rappresentante personale”.
Già nel 1853, Pio IX, aveva tentato di allacciare rapporti col “Nuovo Mondo” inviandovi mons. Gaetano Bedini il quale, però, dovette ben presto ripartirne “quasi in incognito, dopo mesi di contestazioni, minacce di linciaggio, incomprensioni” perché rappresentava il papa “considerato – ha detto al giornalista Massimo Franco l’ex prefetto dell’Archivio Vaticano, mons. Sergio Pagano – il capo di uno stato straniero e oscurantista, simbolo di quell’Europa dalla quale molti europei e futuri americani erano fuggiti e volevano per sempre lasciarsi alle spalle quel mondo”.
Leone XIII, il papa al quale Prevost ha detto di ispirarsi, a fine ‘800, nominò un suo Delegato ma per seguire la comunità cattolica locale e le difficoltà dei rapporti con i protestanti insofferenti, per cultura, verso ogni principio di autorità esterna, che invece caratterizza l’organizzazione del cattolicesimo. Nonostante la preminenza delle Chiese protestanti, a seguito delle immigrazioni di massa, i cattolici andavano intanto crescendo ma ne era comune l’identificazione con i poveri, i meno istruiti.
Da Roma, si seguiva, però, con attenzione anche lo sviluppo di potenza economica mondiale degli Stati Uniti e lì, Pio XI, nel 1936, mandò in visita il segretario di Stato, cardinale Eugenio Pacelli che, tre anni dopo, sarà eletto papa col nome di Pio XII. Scopo, intessere rapporti con le istituzioni e l’estabilishment economico e politico. Non ultima ragione, il sostegno all’obolo di san Pietro, le offerte alla Santa Sede da parte dei fedeli.. Il viaggio fu seguito direttamente dal presidente Roosevelt che il 5 novembre incontrò il cardinale nella residenza privata di Long Island.
Ted Kennedy, fratello del presidente Jhon e di Bob, ambedue assassinati, ha raccontato che Roosevelt aveva incaricato suo padre, il cattolico irlandese Joseph, di “scortare il cardinale Pacelli durante la visita e una delle ultime tappe fu casa nostra…Ricordo di essere salito sulle sue ginocchia, affascinato dalla lunga veste, dalla papalina scarlatta e dall’importante naso aristocratico”.
Da allora, per Roosevelt e per molti presidenti dopo di lui, i rapporti con l’Italia passarono certamente per il Vaticano e, non a caso, Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica, definirà uno dei governanti più “stabili ”del paese, Giulio Andreotti, “il segretario di stato permanente del Vaticano nel mondo politico italiano”.
Il primo rappresentante ufficiale del papa negli Stati Uniti, Nunzio apostolico, fu Pio Laghi. Era l’anno 1984, appena quarantadue anni fa e, oggi, Rubio, dopo i colloqui con Leone e il cardinale Parolin, ha “incontrato”, anche la premier Meloni. Visita solo di cortesia?












