Al Museo Reina Sofia di Madrid bisognerebbe andarci almeno una volta nella vita, in pellegrinaggio. Dovrebbero aprire la processione – percorrendo in ginocchio le scale e i corridoi che portano alla sala 206 del secondo piano – i propugnatori del principio “c’è un invaso e un invasore”, abusato diversamente a seconda del contesto. Dovrebbero seguire – percuotendosi il corpo con flagelli – coloro, moltissimi, che, non avendo studiato la Storia, vanno raccontando di una “guerra giusta” e, perciò, si battono affinché i conflitti proseguano “finché sarà necessario”. Dovrebbero chiudere la processione – battendosi il petto per gli errori commessi – quelli che al diritto internazionale e alla diplomazia preferiscono la guerra “fino ad una pace giusta”, ignorando che, in assenza di diritto e diplomazia, le condizioni della pace le impongono i vincitori, dopo migliaia di vittime innocenti.
Tutti costoro, dopo essere entrati nella sala 206, dovrebbero inginocchiarsi e, in religioso silenzio, ammirare Guernica, l’imponente olio su tela (cm 349,3 X 776,6) con cui Picasso ha rappresentato il massacro di civili, vecchi, donne, bambini e bambine, durante il bombardamento della città basca di Guernica, avvenuto il 26 aprile 1937, ottantanove anni fa. Quel giorno, l’aviazione nazi-fascista rase al suolo un pacifico paesino del Nord della Spagna per sostenere il generale Francisco Franco nella guerra civile spagnola (1936-1939): tragico evento che preannunciò, a suon di bombe, la seconda guerra mondiale (1939-1945).
Il quadro – il più celebre di Picasso nonché l’unico “quadro storico” del XX secolo – è divenuto il simbolo universale di condanna della guerra: testimonianza viva della sofferenza umana e della regressione antropologica dettata dal fragore sanguinario delle armi. Picasso – viste le foto del massacro di centinaia di innocenti – iniziò l’opera solo sei giorni dopo il bombardamento, preso da un furore creativo che trasfuse nelle numerose valenze simboliche che raffigurano simultaneamente ora uomini, donne e animali terrorizzati, ora una madre inconsolabile che urla mentre stringe il suo bambino morto, ora mani supplicanti e cadaveri straziati, ora un cavallo ferito, simbolo del popolo spagnolo, che nitrisce dolorosamente. Il genio di Picasso dipinge, da una parte, un toro con occhi umani, simbolo di violenza e bestialità che solo l’uomo riesce a fare ai suoi simili, dall’altra, un fiore sopravvissuto alle bombe, simbolo della speranza e della vita che, comunque, prevarrà sugli orrori della guerra. I profondi significati dell’opera sono esaltati dall’assenza di colore delle figure e dei corpi scomposti: il grande Maestro ha preferito toni di grigio e colori spenti per rappresentare il dramma, la disperazione, la morte.
Con le figure cubiste di Guernica, Picasso, schierandosi dalla parte degli oppressi, ha reinterpretato il messaggio universale di condanna di ogni conflitto reso da altre grandi opere del passato: l’Incendio di Borgo di Raffaello; la Strage degli innocenti di Guido Reni; Il sonno della ragione genera mostri e La fucilazione del 3 maggio 1808, di Goya; il Trionfo della Morte di Palazzo Sclafani e tante altre.
L’opera di Picasso rende eterno un messaggio ancora più ampio e profondo: la brutalità e la barbarie della guerra hanno violentato e continuano a violentare i più alti valori dell’umanità e, tra essi, la cultura e l’arte. Perciò intellettuali ed artisti non devono, né possono, restare indifferenti alla violenza delle armi. Proprio come ha fatto lui, Picasso.
Il sottotitolo: “il silenzio dei morti sul lavoro e la sofferenza dei superstiti”, fa chiaramente comprendere che il libro affronta un tema particolarmente triste che dovrebbe toccare l’animo...
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