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Home LA STORIA CHE DIMENTICA

OPERAZIONE CARZANO

Giuseppe Bodi di Giuseppe Bodi
06/05/2026
in LA STORIA CHE DIMENTICA
OPERAZIONE CARZANO
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Tra le operazioni di maggiore interesse del Servizio Informazioni nel corso del Primo conflitto mondiale deve essere menzionato il tentativo, effettuato a Carzano (Trento), di penetrare in profondità nel territorio nemico mediante un’azione coperta, un vero e proprio blitz in termini moderni.
Il “sogno di Carzano”, così definito, per non appellarlo brutalmente un fallimento operativo, fu un evento inaspettato ma anche il frutto tangibile dell’efficacia della propaganda dell’intelligence italiana tra le truppe asburgiche nei confronti delle nazionalità e delle etnie che sognavano l’indipendenza dall’Impero austro-ungarico. Il 12 luglio 1917 un graduato ceco consegnò un plico per il maggiore FINZI, effettivo all’Ufficio Informazioni della Prima Armata, da parte di un ufficiale dell’esercito austro-ungarico, lo sloveno capitano PIVKO. Vi furono successivi abboccamenti notturni tra PIVKO, alcuni suoi ufficiali e sottufficiali, ed il maggiore FINZI. Un primo risultato fu l’acquisizione di notizie attendibili in quanto il PIVKO, grazie alle sue entrature tra gli altri ufficiali ed i vari comandi asburgici, forniva informazioni scrupolose e continue sulle truppe dislocate in Trentino, sui movimenti ferroviari, nonché copie di ordini, dispacci, istruzioni ed altro. Erano informazioni che pervenivano celermente, erano attendibili e complete; non avevano prezzo e venivano trasmesse senza compenso alcuno.
Tutto si protrasse sino al 18 settembre, notte individuata per il piano di sconfinamento organizzato dal maggiore FINZI e dal capitano PIVKO. Il battaglione di testa era guidato dal FINZI che prese come prigionieri gli uomini del battaglione di PIVKO; addormentati perché drogati erano in una chiesa oltre la linea di confine sul fondo della Valsugana. Le truppe italiane sarebbero entrate oltre le linee irrompendo in profondità.
L’avanguardia (un battaglione) entrò, attestandosi oltre Carzano, il 17 settembre notte ma la Divisione che avrebbe dovuto seguire, per una serie di inconvenienti banali e per incapacità del suo comandante, poi destituito, si attardò e determinò il fallimento dell’operazione.
Al comando della Divisione che avrebbe dovuto progredire sino in profondità, venne posto un generale, non indicato dall’Ufficio Informazioni, del tutto a digiuno di operazioni che aveva svolto sempre mansioni burocratiche. La parte demandata al maggiore FINZI ottenne i risultati programmati. La Divisione, che avrebbe dovuto raggiungere le retrovie nemiche, penetrando in profondità, avanzò lentamente; prese vie più lunghe e difficili. I reparti di testa, quelli che dovevano essere maggiormente veloci ed arditi, erano stati dotati di pesanti zaini e vennero incanalati in camminamenti, seguendo i regolamenti, invece di farli procedere nelle strade libere; il tutto si tradusse in una lentezza inaudita nel muoversi. Influirono fattori del tutto insulsi quali cambio scarpe, passaggio all’orario invernale in Austria. Vennero impartiti ordini sbagliati dal comandante della Divisione. Non vennero impiegati reparti scelti o specializzati e mancò la necessaria “carica” emotiva, la volontà di riuscire ad avanzare in un vuoto di resistenza nemica. Ad un primo accenno di reazione (gli austro-ungarici si erano insospettiti per la mancanza di comunicazioni) il comandante della Divisione dette l’ordine di ritirata, forse temendo un’imboscata o per sfiducia nell’impresa. Vi era un senso generale di diffidenza verso un’operazione “strana e misteriosa”. Convivevano “fede e dubbio”, “volere e non volere”, “velocità e lentezza”, “rischio e prudenza”. Mancò la “fiducia” nel progetto. Il felice inizio si tramutò in una cocente delusione per tutti coloro che avevano progettato un’ardita operazione.
Avanguardia e gran parte del battaglione cecoslovacco furono recuperati ma sfumò un’occasione preziosa, unica e irripetibile.
Non è da escludere, con il senno di poi e con tutti i periodi ipotetici possibili, che se le truppe italiane avessero sfondato a Carzano e fossero penetrate in profondità la disfatta di Caporetto non ci sarebbe stata. Si era ad un mese dalla disfatta di Caporetto: 24 ottobre 1917.

Fonte: Giuseppe Bodi, Intelligence e geopolitica nella Prima Guerra Mondiale, Stango editore
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