A farla breve, non se l’aspettavano che, dopo mesi di collaborazione per dare a Roma una legge speciale, come altre grandi Capitali, alla Camera il PD si astenesse. Che votassero contro 5 Stelle e AVS lo davano, probabilmente, per scontato, ma che il partito del sindaco di sinistra si sfilasse nel momento decisivo, questo non è andato giù al presidente del consiglio Meloni che si è detta “amareggiata, stupita” e a Roberto Gualtieri per il quale “sarebbe auspicabile un consenso più ampio”.
Anche il 1° luglio 1904, la prima delle leggi per Roma diventata capitale del Regno d’Italia fu approvata dalla Camera con 30 contrari, ma il resto dei votanti, 199, fu favorevole.
Allora, il sindaco era un principe e si chiamava Prospero Colonna che si adoperava, anche lui, perché i rapporti tra municipio e governo filassero lisci e Roma ottenesse i finanziamenti di cui necessitava, ma che, ottenutili, non le bastarono.
Così, l’anno dopo, il sindaco Colonna tornò a “bussare a quattrini”, come dicevano a Trastevere, presentò studi e proposte articolate, ma le crisi ministeriali e la burocrazia trascinarono le decisioni per sei anni, fino al giugno 1911, quando dopo vari governi, Sonnino, Luzzatti, Giolitti, Camera e Senato deliberarono favorevolmente.
Roma stava diventando più grande, gli impegni derivanti dal ruolo di capitale aumentavano, gli abitanti erano quasi un milione quando, nel maggio del 1922, per le ristrettezze finanziarie aggravate anche dalle conseguenze della prima guerra mondiale, l’amministrazione con a capo il sindaco Giannetto Valli dovette dimettersi.
Crisi e poi, in Campidoglio, al posto delle amministrazioni comunali, fu insediato il Governatorato. In sostanza, il municipio passava alle dirette dipendenze del ministero dell’interno diventando uno strumento del governo fascista che voleva “fare dell’Urbe una città imperiale”.
Con un decreto del 26 agosto 1925 fu quindi stabilito che le spese relative alla funzione di capitale dovevano ricadere su tutti i cittadini del Regno e, cioè, a carico del bilancio statale.
A corollario, non di secondaria importanza, il consiglio dei ministri, su proposta di Mussolini, sopprimeva di fatto la festa del 1° maggio, destinando alla celebrazione del lavoro la data di fondazione di Roma, il 21 aprile.
La prima festa del “Natale di Roma”, così riformata, fu nel 1923 e l’anno successivo, nella sala degli Orazi e Curiazi del Campidoglio, venne conferita la cittadinanza romana al Duce, che, il giorno dell’insediamento del primo Governatore, Filippo Cremonesi, promise “Fra cinque anni, Roma deve apparire meravigliosa a tutte le genti del mondo: vasta, ordinata, potente come ai tempi di Augusto”.
E più di un secolo dopo?
Scriveva Libero Bigiaretti: ”Roma, guardatela cosa è diventata, come è ingrassata, come è sciupata…Quanti sono ormai i superstiti romani trasteverini, monticiani, regolanti, ecc.?”.
Ci sono ancora tre letture che il parlamento deve fare della legge di “modifica dell’art.114 della Costituzione in materia di Roma Capitale”, insomma per tornare a far risplendere l’antico S.P.Q.R. Senatus PopulusQue Romanus, per la storia paludata, il solenne “Senato e Popolo Romano”, ma di ben altro e permanente significato secondo quell’oste di Trastevere che lo tradusse così al forestiero assetato: “Sine Pecunia Quis Recreabitur?”. Senza soldi…..












