Il sottotitolo: “il silenzio dei morti sul lavoro e la sofferenza dei superstiti”, fa chiaramente comprendere che il libro affronta un tema particolarmente triste che dovrebbe toccare l’animo di tutti.
Le vittime degli incidenti sul lavoro sono primariamente i morti ma anche i feriti, gli invalidi, i familiari che vedono non tornare a casa chi era uscito per lavorare e guadagnare di che vivere. Trauma e solitudine colpiscono le famiglie, troppo spesso dimenticate due giorni dopo l’evento luttuoso. Gli aridi numeri delle statistiche non possono raccontare il dolore.
Più si corre indietro negli anni, maggiori sono i numeri sia dei decessi totali, sia dei singoli eventi. Sono storie di uomini e donne, non di cifre. Il primo e più lungo capitolo è dedicato all’immane tragedia dell’8 agosto 1956 quando a Marcinelle, in Belgio, perirono 256 minatori, di cui 136 italiani. Carichi eccessivi di lavoro ma soprattutto mancanza delle minime misure di sicurezza furono alla base della strage. Era il periodo in cui si migrava in massa in cerca di lavoro, anche grazie ad un accordo italo-belga che prevedeva l’emigrazione dall’Italia di 2.000 minatori a settimana in cambio di 200 chili di carbone per ogni minatore; un baratto uomo contro merce. Non fu il solo episodio in Belgio e altrove di tragedie in miniere, senza parlare delle malattie invalidanti o mortali, in primis la silicosi. Anche negli USA, nel lontano 1907, perirono 362 operai per un’esplosione in miniera. Numeri spaventosi e sconcertanti nonché allucinanti descrizioni che fanno dubitare della civilizzazione dell’Europa anche nel secondo dopoguerra.
Emigranti partiti per migliorare le condizioni economiche familiari tornati nelle bare. Cercavano solo una vita più dignitosa per i loro cari. Viaggiavano con le famose valigie di cartone che abbiamo visto nei film del neorealismo. Vivevano in baracche o nel profondo delle miniere in condizioni sub umane; prima di essere assunti venivano effettuati controlli di polizia sulle loro idee politiche.
Emigravano per lavorare, non per morire. I tanti racconti sono molto circostanziati per meglio calare il lettore nelle singole vicende. Nel corso dei decenni sono mancati la dignità del lavoro e la sicurezza, responsabili principali degli incidenti mortali, talvolta ammantati da aloni di mistero sulle cause e le dinamiche. Solo dopo i decessi si scoprono le mancanze sulle quali quotidianamente si era sorvolato. Dalla routine priva di sicurezza alla morte è un attimo.
Prevalentemente storie del Sud, in particolare del Molise, terra natale dell’autore. Racconti toccanti poiché descrivono le conseguenze subite dai familiari delle vittime con testimonianze e dovizia di particolari nelle narrazioni; l’intimità dei deceduti e chi gli è stato vicino, i traumi indelebili. In tutto il saggio si percepisce una profonda umanità. Vi è la disperazione mista a dignità dei familiari superstiti i quali, oltre a piangere, debbono trovare la forza di vivere e guadagnare. Tutti cercano giustizia, non vendetta ma arriva, se giunge, dopo tempi biblici. Non parliamo dei risarcimenti.
Leggendo le pagine sembra di passeggiare in un infinito cimitero di persone che potevano essere salvate. Una guerra contro l’umanità, silenziosa e subdola. Non dimentichiamo che, tranne il periodo covid, le morti sul lavoro in Italia superano le mille unità all’anno; tre morti al giorno: una strage.
Un doloroso spaccato dei vari momenti tragici: non solo operai ma anche uomini delle Forze dell’Ordine.
Sembrano episodi di un libro dell’orrore ma l’orrore è la realtà. Uno spaccato di realtà degradate e abbandonate. Senza sicurezza si muore. Troppe aziende risparmiano su sicurezza e formazione. Le vite finiscono, il loro futuro si dissolve, mentre tutti gli altri giacciono nella solitudine.
Un libro educativo per tutti, soprattutto per chi non ha vissuto quegli anni o nessuno ha avuto il coraggio di raccontare loro gli immani sacrifici decennali o distrattamente ascolta le quotidiane stragi.
Al Museo Reina Sofia di Madrid bisognerebbe andarci almeno una volta nella vita, in pellegrinaggio.
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