Hegel, teologo e filosofo dell’idealismo, paragonava alla preghiera la lettura mattutina dei giornali.
Un rito con il quale la mente si apre sulle cose del mondo e sulla loro comprensione individualmente, leggendo, e collettivamente perché le stesse cose le leggono contemporaneamente tanti altri.
Quelli per i quali la visita quotidiana alle edicole era come andare al tempio. Lì dove lo sguardo ed il pensiero, attraverso la carta e le parole sopra impresse, erano gli anelli di una catena di collegamento con il mondo invisibile, lontano e intangibile, che le pagine, col rumore e l’odore dei fogli, rendevano invece immediato e tangibile.
L’uso dei verbi al passato è d’obbligo da quando c’è internet, dalla peste mondiale, il covid, che ha allontanato il contatto diretto con persone e cose.
Avviene, perciò, che nell’Italia degli ottomila comuni, in due terzi di essi non c’è più un’edicola e nelle grandi città trovarne una aperta è come vincere la caccia al tesoro.
Le altre, chiuse e spesso dileggiate con le scritte aculturali se non volgari, a presidiare un punto di incontro che non lo è più se non per qualche sbandato in cerca di riparo, la sera, sotto quel che rimane di un pezzo di vecchia tettoia in lamiera slabbrata.
Ite, missa est. Il rito mattutino dell’incontro col mondo al prezzo di poco più di un euro sta finendo.
All’edicola si sostituisce il cellulare in cui tutto si può trovare. Pagine digitali dei vecchi giornali accanto alle notizie non controllate ed incontrollabili quanto a provenienza e verosimiglianza dei cosiddetti social.
Giornali che cambiano, anche loro, pelle, rivolgendosi più che al lettore, come si diceva una volta, ad una comunità di gente che ha bisogno di riconoscersi in un messaggio, in una pedagogia accettata prima di discuterla.
Qualcuno li chiama “giornali-partito”, e perché funzionali a veicolare, certificandolo, il pensiero della casta di riferimento, e perché, in assenza del cammino individuale scelto e percorso per andare all’edicola, è l’istintivo clic sull’icona d’abitudine a dare rapidamente il leit motiv dell’interpretazione delle cose, degli avvenimenti.
Un modo per credere di aver ritrovato una piazza, ora solo virtuale, in sostituzione di quella in cui, davanti all’edicola dei giornali, si commentavano de visu le notizie, si dibatteva vis a vis, si difendeva una tesi restando, però, poi col dubbio che le “altre”, lette dagli “altri” che “altri” giornali acquistavano, potessero in qualche maniera avere del vero diverso da quello del proprio quotidiano.
Più edicole e più giornali, allora. Poi, meno edicole ma non meno giornali.
Anzi di più, seppure impaginati in un menabò a pensiero unico e contrapposto ad altro pensiero totalizzante espresso da altre testate diverse politicamente. Col fine non secondario di conseguire migliori risultati economici.
Così, leggendo, ma anche vedendo notiziari e talk shaw tv. I quali, tutti, più che fare “buona informazione”, cioè aiutare i cittadini a farsi un’opinione, dettano la linea interpretativa dei fatti e delle opinioni altrui per assicurarsi una schiera di elettori e di consumatori irregimentati in stile caserma. Perché, cioè, si sentano parte di una comunità alimentata giornalmente secondo una visione coerente con le finalità di una causa politica funzionale ad un ritorno economico di cui essere, nel contempo, fruitori e propagandisti.
I ritmi imposti dal rito, dalla preghiera quotidiana al tempio delle edicole, con i momenti del percorso, dello sguardo complessivo alle prime pagine, ai titoli strillati dalle locandine, della scelta del quotidiano e del commento seppur breve con l’edicolante, questi riti che portavano riflessione e ponderazione non sono certo quelli del veloce sguardo alle immagini che scorrono sui display.
E’ la rivoluzione del nostro tempo. Diceva Giuseppe Prezzolini, lo scrittore e giornalista “vissuto cent’anni polemizzando”, che una rivoluzione “può trasformare un paese, ma non è mai quello che si era sperato”.












