“Generali della Difesa e dell’aeronautica indagati” e “contratti sospetti
nelle forniture di cybersecurity” sono frammenti di quel che si è sentito ripetere in questi giorni.
Se chi è chiamato a gestire approvvigionamenti e corrispondenti spese per difendere l’Italia dalle minacce cibernetiche lo si corrompe con un orologio, un viaggio o un’altra piccola elemosina, come pensiamo di cavarcela in caso di attacco fossero anche solo i Puffi ad aggredirci via Internet?
Non mi aspetto una risposta, ma in una stagione di dimissioni e di epurazioni forse tutti i cittadini si augurano che un clamoroso repulisti avvenga anche in quei contesti cui la cronaca sta riservando titoli mortificanti per la dignità del Paese.
Quel che è successo dimostra in maniera incontrovertibile la conclamata incapacità di committenza dello Stato costretto ad avvalersi di servizi e prodotti indispensabili ma altrettanto sconosciuti o sopravvalutati da chi dovrebbe saper scegliere il meglio alle condizioni più vantaggiose. Ne approfittano fornitori privi di scrupoli e debordanti di capacità persuasiva, che riescono a rifilare merci e attività a quotazioni tali da fare utili cospicui al netto delle mazzette da elargire a chi è abituato vedersi riconoscere – vista la stagione – un adeguato “uovo di Pasqua”.
Lo scandalo, che ora rende irrespirabile l’aria di alcune fette dell’universo pubblico – la Difesa in primis – e fa parlare di avvilenti perquisizioni, suscita profondi sentimenti di vergogna, quella stessa vergogna che è mancata a chi si è presumibilmente macchiato di infamia.
Tutti innocenti fino al terzo grado di giudizio, siamo d’accordo, ma intanto a farne le spese sono le organizzazioni di appartenenza e tutti i colleghi che (estranei a magheggi e “bubbazze”) devono attutire accuse nei confronti, sì, di soggetti anonimi che però appestano tutti senza distinzioni di sorta.
Se questo è il Paese, chi se la prende con i criminali che sbarcano sulle nostre coste forse lo fa solo perché intimorito che gli impomatati ladri che abbiamo in casa debbano fare i conti con la concorrenza sleale dei tanto temuti immigrati clandestini…
Chi cerca un’occasione per indignarsi ha solo l’imbarazzo della scelta e in un momento storico in cui si parla di rafforzamento della nostra macchina bellica probabilmente varrebbe la pena di fare qualche piccola riflessione.
Finora si è sentito parlare di “spesa da sostenere” per il necessario adeguamento degli armamenti, spesa da farsi con il denaro dei contribuenti, spesa cui provvedere rinunciando ad esempio a scuole e ospedali.
La “permeabilità alle sollecitazioni esterne” (o forse la semplice disponibilità a farsi corrompere) di chi deve provvedere a quella “spesa” non offre la tranquillità che il contribuente meriterebbe.
Le indagini giudiziarie e i conseguenti interventi della Guardia di Finanza al Ministero della Difesa o negli uffici di Terna e di RFI insinuano perplessità che piacerebbe venissero placate.
Non ci sono soltanto sofisticate attrezzature digitali di difficile quantificazione economica a spaventare il cittadino che deve pagare il conto.
L’orizzonte non è fatto solo di impalpabile software che può valere un centesimo o un miliardo di euro in assenza di una metrica valutativa e di chi è capace di applicarla. Ci sono altri segnali di malessere perfettamente percepibili anche dal quisque de populo.
Un mese fa sarebbero scomparsi quasi 2500 componenti aeronautici destinati alla riparazione e manutenzione dei cacciabombardieri Tornardo e AMX e al velivolo da trasporto tattico C130.
“Merce” per 17 milioni di euro sarebbe misteriosamente sparita dalla base militare di Brindisi…
Non c’è più spazio per nascondere la polvere sotto al tappeto. Anche perché non parliamo di polvere.
Il palcoscenico dell’inquietante conflitto iraniano non vede in campo solo chi attivamente sta bombardando e massacrando.
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