Gli ideali non conoscono confini, limiti che non guardano solo al di là della punta del proprio naso di cui a volte si scopre una collodiana allungabilità quando si nega la più plateale evidenza.
Le più nobili aspirazioni – sempre più rare di questi tempi – fanno sì che uno o più piemontesi, solitamente poco propensi a instaurare rapporti con soggetti geograficamente dislocati verso Sud, scelgano di mettersi in affari con una ragazzina appena diventata maggiorenne ma con presunte disponibilità finanziarie tutt’altro che trascurabili.
Se è vero che l’ideale, come scrive la Treccani, è “ciò che è concepito dallo spirito e dall’intelletto come bello e perfetto”, va detto che anche il diventare ricchi può essere un orientamento ambizioso per chi ha nei confronti del denaro una certa divinazione. Il “pecunia non olet” è d’obbligo.
Qualcuno potrebbe osservare che in Piemonte la diffidenza verso il resto dell’Italia è purtroppo proverbiale come l’abbinamento tra falso e cortese che etichetta chi – come me – è nato in quella regione.
La prudenza della gente di quelle terre si traduce normalmente in una legittima mancanza di fiducia negli altri per timore o sospetto di essere ingannato o comunque di andare incontro a situazioni sgradevoli, magari capaci di compromettere la propria reputazione o addirittura di esporre a conseguenze di ben altro rilievo.
La storia della “5 Forchette Srl” è una sorta di emancipazione. Quella piccola società è il rompighiaccio che salpa da Biella per infrangere barbari stereotipi di ogni tipo.
A spingere verso il coinvolgimento nell’avventura è stato l’encomiabile proposito di pensare al futuro delle nuove generazioni, di regalare prospettive, di vivacizzare l’economia, di valorizzare – nella circostanza – la carne alla brace.
Il ruolo di socia di maggioranza spetta – cavallerescamente – alla giovin fanciulla che dinanzi al notaio si intesta il 50% delle quote. Il 25% è dell’emulo di San Pietro, quello che – interrogato se conoscesse il babbo della ragazza – non ha esitato a negare come l’Apostolo a ridosso della promenade nell’Orto di Getsemani.
Qui non si è dovuto aspettare che il gallo cantasse tre volte, perché una serie di immagini fotografiche hanno potuto validare un certo rapporto di sorridente cordialità tra il parlamentare e poi sottosegretario e l’operoso imprenditore che – secondo le cronache giudiziarie e la giurisprudenza – si prendeva la briga di schermare le attività d’impresa di un noto personaggio del crimine organizzato.
Il restante spicchio pari ad un quarto della torta nelle mani di chi è finito?
Una occasione tanto propizia non poteva non trovare l’interesse di chi aveva comunione di obiettivi e quindi le restanti quote sarebbero finite nelle mani di altri ed alti rappresentanti della medesima formazione politica del sottosegretario che non aveva tardato ad accalappiare una fetta importante dell’impresa.
Così si legge su tutti i giornali – senza aver bisogno di recarsi alla Camera di Commercio – che oltre all’uomo del Governo vanno annoverati tra i benefattori del rilancio dell’imprenditoria nel settore della ristorazione la Vice Presidente della Regione Piemonte Elena Chiorino (5%), l’assessore al Comune di Biella Cristiano Franceschini (5%), il Consigliere regionale Davide Eugenio Zappalà (5%) e l’impiegata Donatella Pelle (10%).
Ad accomunare questi personaggi non è – come i maligni non esitano a rimarcare – l’appartenenza a Fratelli d’Italia perché a voler esser pignoli tra loro ci sono anche due sorelle, una delle quali priva di rilievo politico.
Quel che ha aggregato i soci della signorina Caroccia è stato il fiuto. Chi oggi disserta a proposito della vicenda parla esclusivamente per invidia di quella capacità di intuizione che caratterizza chi non perde occasioni che passano fulmineamente davanti ai propri occhi.
La composizione della “5 forchette srl” ad un certo punto evolve per via di alcune complicazioni giudiziarie che sopravvengono a turbare la libertà personale del babbo della ragazza nominata Amministratrice unica della società.
Sentendo puzza di bruciato, tipica delle cucine in cui si aggirano incapaci ai fornelli, il sottosegretario sembrerebbe essersi sbrigato a liberarsi delle quote commettendo – a quanto si legge – l’imprudenza di cederle ad una società costituita ad hoc e a lui riconducibile. La fretta è cattiva consigliera e certo non si può dare la colpa a chi poi – con esemplare ravvedimento operoso – ha rimediato uscendo definitivamente dal business.
Lasciati da parte i clamori dei soliti, noiosi, ripetitivi scoop giornalistici, bisogna aggiungere che la propensione agli affari dovrebbe esser apprezzata.
Ci si deve opporre a chi chiede le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia e piuttosto si deve auspicare una sua migrazione al Ministero delle Imprese e del Made in Italy dove meglio può esprimere le sue indiscutibili doti.
Il palcoscenico dell’inquietante conflitto iraniano non vede in campo solo chi attivamente sta bombardando e massacrando.
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