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MEGAWATT SPORCHI

Francesca Manicardi di Francesca Manicardi
16/03/2026
in ECONOMIA
MEGAWATT SPORCHI
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TE LO LEGGO IO

Di verde la transizione energetica ha per lo più il marketing. Turbine che ruotano come simboli di un futuro pulito e batterie che promettono emancipazione dai combustibili fossili possono celare una geografia estrattiva dinamica, rotte criminali in evoluzione e nuove forme di potere illegale.
Se domani raddoppiasse la domanda di batterie, aumenterebbe l’energia pulita o il capitale sporco che la alimenta?
Nella regione del Kolwezi (RDC), un esercito di 150.000-200.000 minatori fatica ogni giorno nel terreno rossastro del Katanga. Alcuni lavorano in concessioni industriali, altri in cooperative registrate, molti semplicemente scavano a mani nude. Il cobalto che estraggono finirà nelle batterie delle auto elettriche, negli smartphone e nei sistemi di accumulo energetico che dovrebbero sostenere la transizione verde globale. Ma il lavoro di questi minatori artigianali alimenta una filiera molto meno lineare di quanto suggeriscano le catene di approvvigionamento ufficiali.
Prende così forma il cobalto mischiato, uno dei meccanismi più diffusi delle economie minerarie opache. Trader e intermediari acquistano minerale non registrato, lo aggregano in depositi informali e lo combinano fisicamente con partite provenienti da concessioni legali. Una volta mescolato, distinguere l’origine diventa praticamente impossibile. Il passaggio determinante avviene alle frontiere con Zambia, Burundi e Tanzania, dove la corruzione favorisce contrabbando, manipolazione dei documenti e ripulitura dei certificati di origine.
Conseguenti all’espansione delle miniere industriali sono sgomberi forzati, intimidazioni e abusi contro comunità locali. Denunce documentate parlano di incendi, violenze e insediamenti rasi al suolo per fare spazio all’estrazione di cobalto e rame destinati all’industria delle batterie.
Questo schema non è un’eccezione. È una dinamica strutturale tipica delle economie estrattive nel momento in cui una risorsa diventa strategica. Cambia il minerale e la latitudine, non il copione. Il dibattito pubblico sembra essere fermo a narrare la dimensione tecnologica e ambientale della transizione energetica, trascurando quanto questa sia alimentata da economie illegali già esistenti, ora in espansione. Perché quando il valore di una risorsa cresce rapidamente e le regole sono porose, attorno alla sua estrazione si sviluppa quasi sempre un ecosistema parallelo composto da minatori informali, intermediari opportunisti, reti di contrabbando e sistemi di riciclaggio delle risorse.
Con una declinazione diversa arriviamo nelle regioni amazzoniche del Parà e di Madre de Dios, in cui l’oro illegale è una delle economie criminali più redditizie. Le rive dei fiumi sono occupate da draghe protette da reti armate che garantiscono carburante, mercurio e logistica. Cartelli legati al narcotraffico sfruttano le stesse rotte fluviali e piste clandestine per diversificare il business. L’oro offre margini enormi, rischi penali più bassi della droga e una capacità di riciclaggio senza rivali.
Il passaggio nella legalità avviene tramite un processo semplice. Il metallo grezzo viene fuso in piccoli lingotti, corredato da autocertificazioni o permessi falsificati e poi rietichettato lungo rotte di triangolazione commerciale: Suriname, Guyana, Caraibi, prima di raggiungere raffinerie in Svizzera, Emirati o Stati Uniti.
L’UNODC qualifica le raffinerie come colli di bottiglia strategici, hub dove il metallo si ripulisce e dove bisognerebbe concentrare i controlli.
Ma inchieste transnazionali mostrano paper trail manipolabili, società di comodo, spedizioni sottosoglia, bollini “responsibly sourced” aggirati con facilità. D’altronde, il crimine non ha bisogno di lingotti perfetti, gli basta una raffineria distratta.
Questa struttura reticolare rende l’economia illegale delle materie prime estremamente resiliente. La transizione energetica riorganizza economie estrattive opache già esistenti, rendendole strutturalmente necessarie. Il rischio è che sia un rebranding di vecchi metodi, cambiando di fatto solo indirizzo del danno.
Pagando energia pulita con capitale sporco, vinciamo qualche megawatt. Ma di verde rimane solo una sfumatura.

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Francesca Manicardi

Francesca Manicardi

Francesca Manicardi è una studentessa della laurea magistrale in Scienze giuridiche e criminologiche per la sicurezza e l'intelligence presso l'Università di Verona, dopo una laurea in Scienze internazionali e diplomatiche all'Università di Trieste. Si occupa di sicurezza globale con un approccio analitico e multidisciplinare, concentrandosi su criminalità organizzata, traffici illeciti, risorse energetiche e dinamiche del diritto internazionale della sicurezza. Ha conseguito il Diploma in Sicurezza Globale dell'ISPI School e sta frequentando il Diploma in Geopolitica. Durante il tirocinio con la Marina Militare ha operato come Legal Advisor a bordo della portaerei ITS Cavour (CVH 550), contribuendo all'analisi giuridica e strategica di scenari operativi nell'ambito dell'esercitazione Mare Aperto 24-1/ Polaris.

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