Nelle sedute parlamentari, specialmente se in diretta tv, trova in genere conferma l’antica considerazione che la politica nella forma è spettacolo e guerra nella sostanza. L’11 marzo, la discussione sul Medio Oriente dopo le comunicazioni del presidente (al maschile, come indicato negli atti) del Consiglio, l’ha riconfermata. Stavolta, però, la guerra non è quella solita “dei bottoni” nel cortile di casa, perché, pur senza averla prima dichiarata, essa sta coinvolgendo mezzo mondo.
Senza neanche uno straccio (absit injuria verbis) di diplomatico a consegnare al nemico la dichiarazione delle ostilità, né a notificarla agli altri Stati, come convenzioni internazionali mai abrogate, insomma il diritto delle nazioni, imporrebbero.
Fossimo noi, la repubblica italiana, a dichiarare guerra, il nemico e tutti gli altri lo saprebbero con largo anticipo, perché l’art. 78 della Costituzione (la più bella del mondo, secondo il celebre comico) prevede per essa dibattito e decisione del parlamento, con relativo resoconto stenografico a farne pubblica fede.
Non a caso, perciò, il capo del governo, all’inizio delle sue comunicazioni, ha voluto formalmente testimoniare che è “evidente la crisi del diritto internazionale e degli organismi multilaterali”.
Punto e a capo.
Ma per ricominciare da dove? Infatti, “un ordine mondiale condiviso è venuto meno”, ha precisato l’onorevole Meloni, quasi a sigillare la busta delle storie del tempo di pace, nella quale verranno chiuse pure tutte le ipocrisie nei rapporti tra gli Stati riparate nei decenni all’ombra di convenzioni e trattati.
Un piccolo aneddoto e sempre a proposito di Medio Oriente, Iran e USA.
Nel 1979, Khomeini si era insediato da pochi mesi sul trono del Pavone, quando, il 4 novembre, un gruppo di studenti islamici occupò l’ambasciata degli Stati Uniti, che la Guida suprema considerava “il grande Satana del mondo” e 53 americani furono presi in ostaggio.
Alla Casa Bianca non c’era Trump ma Jimmy Carter, che ordinò di non ricorrere ad azioni militari per evitare ferali conseguenze sui prigionieri e affidò alla diplomazia il compito di sensibilizzare gli Stati perché convincessero l’Iran a rispettare il diritto internazionale.
Con la passione che gli era propria, Sandro Pertini, Presidente della Repubblica, inviò subito un duro messaggio a Khomeini, senza neanche interpellare il governo, come da prassi istituzionale.
L’ambasciatore USA in Italia, Richard Gardner, dal canto suo, andò dal ministro degli esteri, Franco Maria Malfatti, a perorare l’applicazione delle sanzioni economiche di Carter contro l’Iran.
In particolare, egli chiese che almeno i pezzi di ricambio degli elicotteri acquistati da Teheran e che gli iraniani chiedevano con urgenza non venissero inviati.
Il ministro italiano, racconta Gardner, gli rispose: “Lei è professore di diritto internazionale, perciò dovrebbe capire che elicotteri e pezzi di ricambio sono stati venduti con regolare contratto e, per questo, legalmente, non ci sono le basi per rifiutarne la consegna”.
Al che l’ambasciatore gli fece rilevare che la presa in ostaggio dei diplomatici statunitensi era stata già “un’oltraggiosa violazione del diritto internazionale”.
Poi, forse perché si era fatto una certa idea degli italiani, provò a richiamare la loro ingegnosità suggerendo, ad esempio, di “accampare qualche problema meccanico o, meglio ancora, favorire uno sciopero ad hoc del personale di volo”. Malfatti non se ne adontò e assicurò che ne avrebbe parlato col Presidente del Consiglio, Cossiga.
Alla fine non partirono né elicotteri, né pezzi di ricambio. Non perché fosse stata trovata una scappatoia tra i commi del diritto internazionale, ma semplicemente di questo non si tenne conto. Infatti, importava di più che gli USA non revocassero la licenza in base alla quale la Augusta produceva quei velivoli.
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