Date uno sguardo alla mappa qui allegata. Mappa alquanto esagerata sia per le sue dimensioni, l’originale è di una ventina di metri quadri, sia per la sua complessità. Linee rosse, rosa, arancioni, verdi, gialle, bianche che si intersecano, si aggrovigliano attraverso i continenti e visualizzano reti di trasporto, elettriche e di telecomunicazioni, gasdotti, rotte di navigazione. Interconnessioni di ogni genere.
La mappa, modellata dalla convergenza di geopolitica, economia, tecnologia e cambiamento climatico, viene prodotta sulla base di punti dati georeferenziati analizzati da AlphaGeo, una piattaforma di intelligence geospaziale basata sull’intelligenza artificiale, fondata e diretta da Parag Khanna, stratega geopolitico di fama mondiale.
Viene utilizzata per fare previsioni: “La relazione tra questa mappa e le previsioni”, afferma Khanna, “è che le aree che hanno più linee che si intersecano sono quelle dove l’urbanizzazione è più rapida così come la crescita del mercato. Le aziende vogliono essere dove ci sono più intersezioni.”
Ogni anno Paesi e aziende investono trilioni di dollari per collegare il pianeta in modo robusto ed efficiente. Le infrastrutture organizzano il mondo tanto quanto i confini geografici e smentiscono l’affermazione che il mondo si stia de-globalizzando. Se fosse vero, il numero di connessioni dovrebbe diminuire nel tempo, ma i dati rilevano che è vero il contrario. Anche se i politici cercano di ridurre la globalizzazione, questa continua a crescere perché non è un principio decretato dall’alto, ma l’auto-organizzazione dal basso di un sistema complesso. Il mondo è collegato in rete ed è un’architettura che non può più essere smontata.
Non ha senso parlare della fine della globalizzazione, piuttosto occorre concentrarsi su come guidarla in modo ottimale.
La mappa serve anche per le analisi perché mostra il posizionamento di ogni continente nel commercio mondiale. Sarebbe opportuno farla vedere all’ottimo Trump. La sua amata guerra commerciale non ha base molto solida visto che la quota del commercio mondiale degli Stati Uniti è pari a circa il 15 per cento. Capirebbe forse, dato il soggetto non è detto, che nel mondo altamente interconnesso di oggi la sua non sia una strategia vincente. Il protezionismo e le guerre commerciali non riducono i flussi commerciali, anzi, li fanno crescere perché le aziende si cautelano dal rischio dei dazi doganali spedendo le loro merci prima che entrino in vigore.
Allo stesso tempo pensano a come diventare più indipendenti dalle catene di approvvigionamento internazionali per evitare i rischi di possibili conflitti e di politiche economicamente malsane. Non ha molto senso, ad esempio, che l’industria globale dei semiconduttori dipenda da una piccola isola chiamata Taiwan. Il che spiega la costruzione di nuovi impianti di produzione in India, Giappone, Germania, o Stati Uniti che, di fatto, alimenta la globalizzazione. Il mondo, che si tratti di chip per computer, materie prime, o politica monetaria, continua a collegarsi in rete. Tutto è in relazione con tutto e si deve reagire costantemente, in tempo reale.
In una conversazione con Leon Igel, del Neue Zürcher Zeitung, alla domanda “Come descriverebbe il presente”, Parag Khanna ha risposto in modo molto interessante. Attualmente – ha affermato- viviamo in un neoimperialismo neo-mercantilista. Le grandi potenze, nella loro voglia di espandere la loro influenza globale, si comportano come fossero imperi. Però non lo fanno, come in passato, colonizzando fisicamente altri paesi, bensì promuovendo l’esportazione della propria economia, cercando, al contempo, di accedere a catene di approvvigionamento estere. Espandono il loro potere generando dipendenza economica. Sono tre gli imperi del nostro tempo e si comportano in modo simile: Cina, Stati Uniti e Unione Europea.
L’Unione Europea -dice Khanna- è una grande potenza economica e ha appena concluso un accordo di libero scambio con l’India e il Mercosur. Militarmente è meno forte degli Stati Uniti e della Cina, ma la sua influenza globale è enorme e non ha altra scelta se non espandersi e approfondire la sua integrazione: difesa, mercato dei capitali, debito comune, sistema scolastico e dell’educazione.
Gli europei devono affrontare, insieme perché da soli non si va lontano, la concorrenza neoimperialista di Cina e Stati Uniti. Altrimenti saranno fagocitati.
Altrettanto interessante la risposta alla domanda “L’Europa giocherà ancora un ruolo alla fine di questo decennio”.
Dice Khanna: “Nel 2030 vivremo in un nuovo Medioevo. Il mondo sarà caratterizzato da un ordine neo-medievale. L’Europa sarà solo un centro di potere tra i tanti. Il mondo sarà multipolare come nel Medioevo. A quel tempo, le contese per il dominio erano fra re, principi e città. C’erano strutture sovranazionali come il Sacro Romano Impero e il Papa aveva una grande influenza, ma nessuno aveva così tanto potere da determinare la situazione mondiale. Quando c’erano guerre, queste venivano condotte a livello regionale, non globale”.
L’intervistatore Igel fa notare come “In Europa, tuttavia, il Medioevo è stato caratterizzato da epidemie, guerre e morti”.
Ecco la risposta di Khanna:
“Non dobbiamo confondere un ordine politico con la certezza. L’uno non può garantire l’altro. Gli ultimi decenni non sono stati così pacifici nonostante l’ordine basato sulle regole. Anche le Nazioni Unite non hanno contribuito alla pace. Nemmeno l’egemonia del potere degli Stati Uniti è riuscita a impedire il ritorno delle rivalità geopolitiche.
Un ordine è solo un’espressione del potere che lo sottende. Oggi stanno emergendo nuovi rapporti di potere, il vecchio ordine si sta sgretolando. Invece di aggrapparci a strutture disfunzionali, dobbiamo chiederci: come possiamo plasmare un nuovo ordine che renda giustizia alla realtà del potere?
Finora stiamo parlando di G-20, G-7, o G-2. Questi termini sono espressione di un pensiero gerarchico che non rende più giustizia all’attuale situazione mondiale e lo farà sempre meno in futuro.
Il mondo si sta dividendo in centri di potere regionali. L’ordine globale dovremmo intenderlo come una rete. L’Unione Europea, l’Unione Africana, o il Consiglio del Golfo, sono esempi di alleanze di successo fra Stati. Dovremmo collegarle più strettamente tra di loro. In questo modo possiamo affrontare meglio le sfide del mondo.
In primo luogo, abbiamo bisogno di un’economia globale stabile, in secondo luogo, dobbiamo combattere il cambiamento climatico e in terzo luogo, serve una soluzione per i giganteschi flussi migratori.
L’umanità dovrebbe risolvere insieme i problemi del mondo. L’organizzazione delle Nazioni Unite ha già questa pretesa. Non ha funzionato perché è strutturata gerarchicamente e ignora gli attori non governativi.
La comunità internazionale deve pensare a una rete più ampia. Faccio un esempio: per combattere il cambiamento climatico, abbiamo bisogno del progresso tecnologico. Gli Stati dovrebbero quindi collaborare con le aziende tecnologiche, il che porterebbe più risultati di qualsiasi vertice sul clima.
Molti politici ignorano l’importanza delle aziende per risolvere i problemi globali.”
Commento finale:
Molti politici ignorano l’importanza di troppe cose.
Mostrate loro la mappa di Khanna.












