“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico” scriveva Giovanni Pascoli nella poesia L’aquilone, composta nel 1897 quando insegnava letteratura latina presso l’Università di Messina.
In quegli anni i popoli europei erano interessati da profondi cambiamenti sociali e politici dovuti alla crescente industrializzazione e alle profonde tensioni socio-politiche, sfociate poco più in là nella prima guerra mondiale.
Pascoli fece proprie quelle inquietudini e perciò preferì rifugiarsi nella quiete della natura e nella spensieratezza dell’infanzia, e con ciò preferì liberarsi, come in un sogno, della decadente pesantezza del presente per raggiungere una prospettiva più elevata. Proprio come un aquilone: metafora dell’innocente fanciullezza e metafora del sogno che eleva in alto il cuore fino a raggiungere orizzonti lontani. Pascoli, nel comporre L’aquilone, fu ispirato dal contrasto tra dolcezza e tristezza, tra la spensieratezza dell’infanzia e il dolore per la perdita del compagno defunto prematuramente. Ha così rappresentato la fragilità dei sogni e delle aspirazioni umane, sempre esposte alle intemperie della vita.
Gli aquiloni, nel tempo, hanno acquisito diversi significati simbolici. In passato, grazie alla capacità di volare in alto e guardare lontano, venivano utilizzati per elaborare profezie e percezioni future. Alcune popolazioni tuttora li fanno svolazzare per allontanare gli spiriti maligni e portare fortuna e prosperità. Altre attribuiscono al loro volo significati più profondi, come la capacità di superare le avversità della vita nonostante i venti sfavorevoli. Proprio come Pascoli, che ha traslato nel volo dell’aquilone emozioni complesse e contrapposte, come l’innocenza perduta dell’Occidente – che rischia di venir giù ogniqualvolta cala il vento – e come la speranza di risalire che dà senso alla vita.
Gli enormi fuoristrada kuwaitiani arrivano veloci nel deserto seguiti da scie polverose. Dai mezzi scendono donne e bambini eccitati nei vestiti della festa. In pochi attimi aprono i loro aquiloni e, dopo una breve corsa, srotolano il filo e sono già col naso all’insù. Come me. Sotto un cielo pieno di aquiloni, mi chiedo dove l’Occidente ha smarrito la sua strada. Dove abbiamo sbagliato? Qui si divertono ancora con nulla.
Hussein sembra comprendere i miei pensieri e, con occhi sorridenti, dice che, appena possono, lasciano tutto e corrono nel deserto, dove bevono tè e osservano gli aquiloni volare. – Qui non c’è nulla e non devi pensare a nulla. Il deserto libera la mente – dice. – Le nostre radici sono nel mare e qua. Con gli aquiloni, accarezziamo il cielo e liberiamo la nostra anima. L’aquilone collega terra e cielo. Cielo e terra, in una dimensione più elevata e pura. Ecco perché qui siamo liberi e felici – e fa un giro su sé stesso con le braccia larghe, nonostante la stazza. È un uomo enorme.
In Occidente il capitalismo ha proseguito quella mutazione antropologica già intravista da Pier Paolo Pasolini e le persone, addomesticate dal consumismo, preferiscono i beni materiali a tutto il resto. La felicità è prigioniera dei centri commerciali, dello smartphone, del tifo esagerato, dei like, ecc. Esistiamo in quanto consumiamo, in quanto clicchiamo!
Hussein aggiunge ai miei pensieri: – Qui, dove ci sono i più grandi centri commerciali al mondo, per essere felici, bastano ancora il deserto e un aquilone!












