L’autrice nasce come musicista e proprio dalla musica trae spunto per parlare ed insegnare l’arte di parlare in pubblico. Insegna a rendere musicali la voce con il metodo del “Play your voice” che ella suggerisce può essere tradotto in “suonare la voce” o “far giocare la voce”. Il parlare è anche ascoltare, notare le reazioni del pubblico, trovare i giusti silenzi. Non si tratta di solo parlare ma coniugarlo con sguardi, gesti, suoni della voce suscitando l’attenzione di chi ascolta. Se le parole possono essere ingannevoli la voce ed i gesti non sono capaci di mentire. La voce si tramuta da mezzo di trasmissione a generatore di pensiero. Per tal motivo nel parlare occorre non essere negativi o, almeno, parzialmente positivi non tralasciando la cura estetica di sé. Va sempre considerato l’impatto sugli altri delle parole. Importanti sono l’apertura e la chiusura del discorso. Non pochi sono i riferimenti al mondo classico: greco, latino, indiano. Il libro è corredato da numerosissimi esercizi per il lettore/discente affinché possa verificare pian piano i suoi miglioramenti. Importantissimi sono gli esercizi di autoascolto e pronuncia delle vocali. Si deve fare attenzione alle ultime sillabe poiché, essendo nella lingua italiana la maggior parte delle parole piane, si tende a “mangiare” l’’ultima sillaba rendendo poco comprensibile la parola. Da evitare le espressioni dialettali se non necessaire al contesto. I suggerimenti dati sono fondamentali anche se, dopo averli letti, possono apparire scontati.
Il linguaggio è paraverbale (la voce che è in noi), non verbale (i gesti e altro), verbale (le parole). Chi parla in pubblico deve creare un flusso di comunicazione adeguata tra chi parla e chi ascolta per mezzo del triplice linguaggio di corpo, voce e parole orchestrando sui tre elementi. Anche la respirazione ha il suo peso. Fattori magnetici essenziali sono: sguardo, sorriso, mani e voce. Anche il muoversi sul palco ha un suo peso.
Occorre evitare le “cantilene” derivanti da come si è imparato a parlare da piccoli a scuola. Mai prolungare le ultime vocali o usare toni interrogativi non necessari. La voce va educata, anche posizionando nel modo giusto il microfono perché la nostra voce che sentiamo è diversa da quella che ascoltano gli altri.
Importantissimo è il linguaggio del corpo, ovvero l’impiego di mani, sguardi, sorrisi e postura. In tutto questo è necessario non far trasparire momenti negativi personali in nessun modo poiché, come accennato, corpo e sguardo non sono in grado di mentire.
Le frasi ed i dialoghi vanno strutturati in modo adeguato usando correttamente parole e congiunzioni, evitando il più possibile le negazioni ed esaltando le affermazioni che esprimono positività. Si devono frazionare scientificamente le modalità del parlare da un palcoscenico, ovvero lo speech. La musicalità aiuta a superare paure e problemi. Occorre distinguere tra ritmo e tempo, tra tono e volume. Vanno educati anche i processi mnemonici come il crearsi quelle che l’autrice chiama i pali-parole, cioè riferimenti di quanto si racconta.
Frasi e discorsi vanno strutturati per equilibrare lo speech. Occorre impegnarsi per migliorarsi.
Non pochi sono i consigli pratici o emulativi dei grandi maestri e di grande interesse i suggerimenti finali. Aggiunge una serie di indicazioni personali e organizzative che potrebbe sembrare superflua o scontata ma sicuramente non lo è. Parimenti elenca esempi di figure negative dello speaker suggerendo molti trucchi del mestiere.
Un testo, forse più corretto definirlo un manuale di studio ed addestramento step by step. Molto utile per tutti perché prima o poi ci si può trovare a dover parlare in pubblico o semplicemente confrontarsi con qualcuno; si pensi a docenti, a chi gestisce riunioni, a prelati ed altri; indispensabile per professionisti e non del public speaking. Apre un mondo ai più sconosciuto.
Al Museo Reina Sofia di Madrid bisognerebbe andarci almeno una volta nella vita, in pellegrinaggio.
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