Ambedue in Sicilia. Niscemi non è lontanissima da Gibellina, dove, nel 1968, il terremoto cancellò case, storie, vite. Anni dopo, il presidente della repubblica Sandro Pertini, di ritorno dai luoghi di un’altra tragedia – quella dell’Irpinia – ammonì: “Non si ripeta più, per carità, quanto avvenuto nel Belice perché sarebbe un’offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani.”
Messaggio tanto forte, quanto inascoltato, perché è vero che è la natura a decidere quando colpire, ma l’uomo può almeno contenerla. A Niscemi la tragedia era annunciata: l’ultimo avvertimento nel 1997, meno di trent’anni fa.
Ancora Pertini:” A Palermo, il parroco di Santa Ninfa venne a lamentare che a distanza di tredici anni non sono state costruite le case promesse. Eppure fu stanziato il denaro necessario. Mi chiedo dove è andato a finire. Chi ha speculato” , e, riferendosi all’Irpinia:”Chi ha mancato deve essere colpito”. Dante, però, sei secoli prima, aveva già notato: “Le leggi son. Ma chi pon mano ad esse?”.
Tutto questo per non ripetere, oggi, lamentazioni, improperi, condanne in attesa di prescrizione, polemiche o scorciatoie mediaticamente premianti con dirottamento su altri obiettivi.
Diceva, infatti, Pertini: “Qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana” e di fronte a disastri come quello di Niscemi, come gli altri – troppi! – già avvenuti e quelli che devono essere evitati o contenuti, solidarietà significa almeno il passo indietro delle liti da cortile. Nel pollaio, d’altronde e considerando il passato, nessuno può scagliare la prima pietra.
Governare gli italiani – dicono – è difficile e i cinici che fanno affidamento sullo “Stellone d’Italia” potrebbero masochisticamente considerarlo inutile. Però, se una petroliera perde greggio, è il disastro per il mare e le incompetenze, le lungaggini burocratiche, il cavillismo pandettistico non giustificano l’incoscienza e tantomeno l’ignoranza sulla insidiosità delle onde. Come pure delle coste, dei fiumi, delle terre solo all’apparenza sicure.
Può bastare, allora, il solito rito delle recriminazioni con l’occhio alle elezioni a venire?
I politici – le cui sigle elettorali senza distinzioni di colore si son trovate, negli anni, a fare i conti con le incursioni senza colore della natura – comprendono che nell’animo della gente sta finendo l’ultimo spazio per contenere rabbia e indignazione?
Quando il disastro annunciato venne dall’uomo, al tempo del terrorismo, l’ordinata convivenza fu assicurata con l’unità delle forze politiche e sociali. Se oggi gli effetti dell’opera dell’uomo sui cambiamenti climatici aiutano la natura nei suoi non sempre prevedibili attacchi distruttivi che non guardano in faccia nessuno: “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”(art. 3 della Costituzione italiana, primo comma), non è il momento di ritentare, in materia, quell’unità nazionale, peraltro, indispensabile per “rimuovere gli ostacoli” che, comunque “impediscono” poi il normale vivere dei cittadini?
Sarebbe segno di intelligente “buonsenso”, ma , forse, come notava il poeta Giusti , questo ” che un dì fu caposcuola/or non esiste affatto./ La scienza sua figliola/lo uccise per veder com’era fatto”.
Gian Antonio Stella, scrivendo di Vincenzo De Luca, ricordava che il politico ed amministratore “di sinistra” in un libro “Un’altra Italia” teorizzava “l’inutile vacuità delle chiacchiere davanti alla forza espressiva e rivoluzionaria della ruspa”.
Naturale buonsenso.












