- Le guerre di faglia
Ogni guerra tra clan, tribù, gruppi etnici, comunità religiose e nazioni affonda le sue radici nelle identità storiche, culturali e religiose dei popoli. Sono prevalentemente molto sanguinose e violente in quanto implicano questioni identitarie. Tendono a protrarsi nel tempo; tregue ed accordi, in linea di massima, non sortiscono effetti ed i conflitti riesplodono periodicamente e violentemente. Non di rado si trasformano in genocidi. Questi conflitti sono definiti da Huntington “guerre di faglia”. Avvengono tra Stati, tra gruppi non governativi o tra Stati e gruppi non governativi appartenenti a diverse civiltà. I conflitti di faglia riguardano lotte per il controllo di popolazioni o di territori e tendono all’eliminazione fisica dell’avversario, ovvero ad una pulizia etnica per cui sono brutali e si fa ricorso al terrorismo, alla tortura, al massacro, allo stupro ed altro. Rispetto alle guerre locali sono prolungate nel tempo poiché i motivi identitari non sono risolvibili con negoziati o compromessi. Attraversano periodi di intensificazione, espansione, contenimento, interruzione ma raramente di soluzione. La centralità dell’identità porta ad un cristallizzarsi di un “noi contro loro”. Tendono a prevalere le posizioni estremiste rispetto a quelle moderate e conciliative. A differenza delle guerre locali – che scoppiano tra gruppi etnici, religiosi, razziali o linguistici – quelle di faglia prevalentemente per motivi religiosi e tendono, per le loro peculiarità culturali, a coinvolgere altri partecipanti. “Interi millenni di storia umana dimostrano come la religione non sia affatto una piccola differenza, ma probabilmente l’elemento distintivo più profondo che possa esistere tra i popoli”. Sono conflitti sempre latenti. Sono un esempio di conflitto strutturale, dove non si ravvisa una possibile mediazione culturale. È evidente la volontà di sottomettere o sopprimere l’altro, per cui il conflitto è insanabile.
- Le guerre etniche ed identitarie
Non troppo dissimili dalle guerre di faglia sono quelle etniche ed identitarie. “Mentre i conflitti etnici internazionali, come pure quelli interni o quelli derivanti da fondamentalismi religiosi, sono conflitti geopolitici, anche quando sfruttano miti e passioni certamente suscitati e più o meno controllati dalle élite politiche, i conflitti identitari puri non sono risolvibili con mediazioni o compromessi. La lotta continuerà sino alla fine. I conflitti identitari sono caratterizzati dallo scontro di narcisismi collettivi. Derivano dalla paura esistenziale derivante dalla minaccia della scomparsa del proprio gruppo. L’individuo si identifica in una causa tragica. Non tutti i conflitti etnici e religiosi sono identitari, anche se i conflitti identitari sono sempre etnici e religiosi. Non traggono origine da rivendicazioni territoriali o da interessi materiali ma da processi collettivi di vittimizzazione. Il guerriero identitario non salva solo il suo gruppo, ma è anche persuaso di svolgere una missione sacrale, di redenzione dell’umanità. L’identitario rifiuta ogni dialogo. Il conflitto nasce nella paura ed è destinato a terminare nell’orrore”.
Con la fine del bipolarismo si sono create (o meglio sono riemerse) forze centripete e centrifughe che generano tensioni le quali possono dar luogo a conflitti etnici ed identitari, ad irredentismi ed a spinte secessioniste. “Il nazionalismo crea rischi elevati di guerra se si riferisce ad un gruppo etnico senza Stato; oppure ad uno suddiviso tra molti Stati e si prefigge, in tal caso, la diaspora; se l’ideologia nazionale è egemonica, nel senso che sostiene la superiorità razziale, politica o guerriera della propria nei confronti delle altre nazionalità; infine, se il nazionalismo, invece di essere tollerante, opprime gli altri gruppi etnici”.
Nei conflitti etnici internazionali, talvolta, uno Stato con analoga etnia sostiene l’etnia minoritaria dello Stato avverso con denaro, armi, zone rifugio, pressioni internazionali, supporto dei mass media, favorendo l’ingresso di persone con la stessa etnia al fine di accelerare lo scontro e la caduta dello Stato nemico. Una sottoclasse di tali conflitti, correlata alla decolonizzazione, è rappresentata dai conflitti tribali od inter-tribali che coinvolgono Stati sviluppati e non del terzo mondo.
Si tratta di conflitti endemici e cronicizzati, comunque sempre latenti.
Senza pretesa alcuna, poiché la dottrina è appannaggio dei militari, ci si augura di aver fornito qualche elemento di chiarezza ai non specialisti.











