In questi ultimi giorni si sono accavallate una serie di dichiarazioni ed eventi forse non tutti indipendenti. Non si citano in ordine strettamente cronologico ma sono talmente ravvicinati che quasi si sono sovrapposti.
Il Presidente degli Stati Uniti in quel di Davos, oltre ad avere ridimensionato ma non del tutto annullate, le minacce nei confronti della Groenlandia, ovvero della Danimarca, Paese membro dell’UE e della NATO, ha firmato un accordo denominato “Consiglio per la pace a Gaza”. Al Board hanno aderito, al momento, ventidue Stati. La maggior parte non brillano per essere esempi di democrazie liberali. Lo stesso Israele vede con malumore alcuni membri per altri motivi. In un precedente articolo su queste pagine, “Un paio di follie al giorno”, si è evidenziato che il Consiglio “sembra un esclusivo club per autocrati e guerrafondai”, facendo qualche eloquente nome. La partecipazione ha un costo, ben un miliardo di dollari ciascuno, e pare una novella ONU privata sotto la direzione di Trump. Ovviamente il piano di pace verte sulla edificazione di grattacieli e grandi alberghi a Gaza, come si scrisse in queste pagine nello scorso febbraio nell’articolo “Tutti a Gaza beach”. Non per nulla immobiliaristi americani sono in prima linea.
L’Italia è stata sollecitata a partecipare dal “dominus” del Consiglio e la nostra Presidente del Consiglio non lo ha escluso per il futuro atteso che l’articolo 11 della Costituzione lo impedisce al nostro Paese. Non lo ha escluso affermando che eventuali modifiche statutarie del Board potrebbero far superare i “paletti” della Costituzione; o qualcuno spera di modificare anche questo articolo della Carta demolendola mattone dopo mattone?
La nostra Presidente del Consiglio, che potremmo definire, senza intenti offensivi, la migliore “supporter” di Trump in Europa ha affermato: “spero che un giorno potremo dare il Nobel per la pace a Trump”. Sempre la Presidente, in una trasmissione televisiva ha dichiarato: “sapersi districare in un’epoca storica del genere per una ragazza della Garbatella che si ritrova a doversi assumere le responsabilità non è cosa facile”.
Una “big tech statunitense” ha censurato un video con le affermazioni dell’illustre storico medioevalista Alessandro Barbero sulle motivazioni del “NO” al referendum sulla separazione delle carriere in Magistratura. Le big tech, come noto, sono tutte ossequiose al Presidente Trump e la censura al professore potrebbe essere un piccolo favore al Governo italiano per il costante supporto al Trump pensiero, non dimentichiamo finalizzato allo smantellamento di UE e NATO.
Sempre in ambito di demolizione delle Istituzioni internazionali il Donald aspirante al Nobel per la pace ha affermato che in Afghanistan “I non americani erano lontani dal fronte, ovvero lontani dalle prime linee”. In Afghanistan sono stati uccisi oltre mille soldati della NATO di 14 Paesi, senza contare i feriti e gli invalidi. L’Italia ha perso 53 militari e ha riportato in patria oltre 700 feriti. Tutti questi soldati della NATO si sono suicidati o sono deceduti per indigestioni o abusi vari? No, sono morti in operazioni di guerra. Così il Donald onora chi ha perso la vita in Afghanistan dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001?
Se il Primo Ministro britannico Starmer ha subitaneamente replicato con fermezza i tutori del sovranismo nostrano hanno impiegato circa 36 ore per replicare chiedendo di rettificare le gravissime affermazioni. Un attendismo poco edificante che si potrebbe tradurre in: “i caduti possono anche aspettare di essere difesi, abbiamo altri interessi”. In una trasmissione televisiva tale calma è stata definita una strategia “andreottiana”. Possiamo immaginare Giulio Andreotti rivoltarsi nella tomba, fermo restando che i politici della Prima Repubblica, con tutti i loro difetti ed errori, hanno fatto grande l’Italia. Gli attuali quali pastrocchi avrebbero fatto dal dopoguerra in poi? Altre stature e capacità politiche. Quanto sopra potrebbe avere un oscuro filo conduttore.
J.D. Vance è il secondo alla Casa Bianca e lo è anche nel voler dare consigli al Papa.
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