Il nostro è il Paese delle grandi scoperte. Non mi riferisco però al frutto delle ostinate ricerche scientifiche o alle numerose invenzioni che la genialità italica ha saputo partorire. La mia è solo una sconfortata constatazione del livello di governo di una Nazione allo sbando.
Sotto i riflettori, da qualche giorno, ci sono i coltelli su cui si concentra ogni considerazione per frenarne l’utilizzo ferale.
La pochezza di chi si occupa (o si dovrebbe occupare) della sicurezza della collettività si materializza in una manciata di righe di provvedimento normativo contenente il consueto divieto. I problemi, secondo le eccellenti menti cui è affidato il nostro destino, sono “le lame” e le ridotta severità delle pene applicabili al verificarsi di condotte delittuose.
Nella mia ristretta e distratta visione della situazione ero invece convinto che le preoccupazioni dovessero riguardare i comportamenti, le tendenze, il malessere sociale che si respira a pieni polmoni, il disagio delle disorientate o mal indirizzate nuove generazioni.
Come declamerebbero aulici giuristi toscani, “importa una sega” ai ragazzi se si rischiano sei mesi o due anni di carcere in più per un gesto assassino. Non sembra che il teen-ager criminale di La Spezia sia entrato nella classe della sua vittima tenendo sotto braccio il primo volume dell’Antolisei (un classico del diritto penale, per chi ha fatto studi diversi) o l’ingombrante tomo dei Quattro Codici.
Gli studenti – che già non studiano le poche cose insegnate a scuola e che affidano a ChatGPT la soluzione dei compiti in classe e dei loro problemi quotidiani – difficilmente cambieranno condotta terrorizzati dall’inasprimento delle sanzioni detentive sventolate dai Ministeri competenti a farci stare legittimamente tranquilli.
Probabilmente (e c’è rischio che sia opinione diffusa tra chi ancora non ha smarrito il buon senso) lo Stato dovrebbe intervenire in modo differente e meno sbrigativo. Non ci si dovrebbe limitare alle poche frazioni di secondo necessarie per modificare gli anni di reclusione in chiusura d’articolo del codice penale, ma forse sarebbe opportuno dedicare maggior tempo per comprendere ed arginare i fenomeni devastanti che purtroppo finiscono sulle prime pagine dei giornali ma non trovano mai effettiva soluzione.
Chi a scuola ci è stato poco ha oggettivamente difficoltà a capire l’importanza dei processi educativi e matura la convinzione che siano i processi giudiziari a sanare le carenze di civiltà.
Occorre, e non ci si deve stancare di ripeterlo, ridisegnare l’assetto delle relazioni interpersonali, individuare i nuovi equilibri indispensabili nella società multietnica e multiculturale contemporanea, investire in professori, maestri e insegnanti di sostegno. E il sostegno non deve essere quello utile al raggiungimento della sufficienza in questa o quella materia, ma l’aiuto ad esser parte di una collettività in cui è oggettivamente difficile vivere e convivere.
La scuola è l’officina in cui vengono forgiati i cittadini di domani. L’esempio istituzionale è il faro che non fa finire sugli scogli.
In una Italia in cui i primi a litigare in modo violento e rissoso o a dar sfoggio di illiceità sono i rappresentanti delle autorità politiche e amministrative, viene da credere che i coltelli rubati dal cassetto della cucina siano in coda alla lista delle priorità, avanti solo alle forchette e forse ai micidiali pelapatate.
Niente paura. Non se ne parla già più. Come se nulla fosse successo.
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