Superior stabat lupus, longeque inferior agnus. Il lupo stava più in alto e, un po’ più lontano, in basso, l’agnello. Probabilmente le prime tre parole sono le più famose della favola del poeta greco Esopo, poi tradotta in latino da Fedro. Da bambini tutti abbiamo provato un senso di profonda ingiustizia nel leggere che il lupo mangia il povero agnello adducendo prima la scusa che gli sporchi l’acqua, poi altre. Un qualsiasi preteso è valido per il prepotente quando vuol soverchiare o sopprimere l’innocente.
In questi ultimi anni le parole latine risuonano più che mai tenebrose nelle nostre menti e sono sotto i nostri occhi. Il forte, il prepotente, il più armato aggredisce senza remore il debole costretto non solo a difendersi ma a essere additato quale reo di ogni nefandezza.
Ormai la prepotenza, l’arroganza, la protervia, la brama di potere, la presunzione (o forse il delirio?) di onnipotenza non trovano più limiti. Né morali, né etici, né geografici.
Sovvengono alla mente le parole del filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) il quale descriveva la natura umana come egoista e competitiva. Famose sono le frasi “bellun omnium contra omnes” (guerra di tutti contro tutti) e “homo homini lupus” (il lupo è lupo per l’altro uomo) per caratterizzare la conflittualità permanente nello stato di natura.
La riflessione di Hobbes mostra come lo spirito di conservazione fosse divenuto la causa per uscire dallo stato di natura, ossia da quella fase primordiale, solo ipotetica, nella quale l’uomo solitario, egoista era in balìa delle passioni. In quella dimensione egli riteneva che ciascuno avesse una proprietà potenziale su tutte le cose, non essendovi alcun limite al proprio diritto.
Il fatto che ognuno ritenesse di avere il diritto di fare ciò che poteva contribuire a preservare la propria conservazione, che avesse uno “ius” su tutto ciò che avrebbe potuto soddisfare quell’esigenza, era come dire che l’utilità fosse la fonte del diritto. La forza, la capacità di farsi obbedire giustifica la sovranità assoluta; ogni decisione era presa senza doverne dare conto a qualcuno. Per Aristotele l’uomo era un “animale politico”, mentre in Hobbes vi è l’egoismo del lupus. Correttivo non poteva essere che la ragione, ovvero la riduzione dei livelli di scontro da cui deriva il modello di Stato moderno, il processo di relazione per un reciproco riconoscimento. Si giungeva, attraverso il processo del pensiero filosofico di Hobbes, a dei patti che consentivano lo sviluppo umano e sociale.
Il mondo contemporaneo sembra rinnegare la teoria contrattualistica, il diritto internazionale per un amaro ritorno allo stato di natura, all’homo homini lupus ed al bellum omnium contra omnes. Il contra omnes è però appannaggio di pochissimi Stati che potremmo numerare con le dita di una mano. Se Giambattista Vico (1688-1744) parlava di corsi e ricorsi storici, qui si potrebbe intravedere un regresso dell’umanità, ormai in balìa un gruppo deciso a renderla schiava al solo fine di una insana brama di potere, di gloria, credendo che verrà in eterno perpetuato il loro ricordo. Un ritorno allo stato di natura, rinnegando i basilari principi del diritto internazionale, non potrà che portare alla fine del genere umano così come noi lo abbiamo conosciuto e lo conosciamo. Abbiamo mezzi leciti per fermare questi pochi pervasi da ipertrofia dell’io?
Al Museo Reina Sofia di Madrid bisognerebbe andarci almeno una volta nella vita, in pellegrinaggio.
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