Nulla di nuovo nel messaggio presidenziale di fine 2025, perché coerente con quanto Mattarella dice, consiglia, raccomanda negli incontri al Quirinale e nei luoghi d’Italia. Sempre, da quando fu eletto la prima volta. Parole che, ogni giorno arrivano poi nelle case degli italiani, portate con le immagini dai tg di pranzo, cena e notte.
Ottanta anni fa, i costituenti non potevano certo immaginare quanto e come sarebbero cambiate le modalità di comunicazione tra le istituzioni e previdero, quindi, soltanto messaggi scritti e formali del capo dello stato e in due circostanze: il rinvio alle camere di un provvedimento per “chiedere” una nuova deliberazione (art. 74) e l’indicazione – d’iniziativa – di temi sui quali il presidente ritiene che parlamento e governo debbano riflettere (art. 87). Liberi i destinatari di condividere o meno.
Un problema al riguardo si è posto sulla natura della controfirma da parte del governo prevista per il messaggio e il relativo dibattito coinvolge costituzionalisti, forze politiche e, direttamente, agli inizi degli anni ’90, i presidenti della Repubblica e del consiglio. All’epoca, Francesco Cossiga e Giulio Andreotti.
Per il primo, la controfirma ha il solo “scopo di garantire la correttezza della procedura costituzionale e la legittimità formale del messaggio, ma non implica alcuna assunzione di responsabilità politica da parte del governo sul contenuto”, che anzi può essere in contrasto con l’indirizzo di questo.
Per il secondo, invece, “la necessità della controfirma implica che, in qualche modo, il messaggio sia concordato col governo stesso”. (Carteggio a cura di L. Micheletta – Ed. Storia e Letteratura 2024).
Mentre gli esperti si arrovellavano in disquisizioni ancora non del tutto definite e Bettino Craxi fece sapere che Andreotti aveva “torto marcio”, quest’ultimo trovò il modo di salvare l’iniziativa presidenziale da una non facilmente spiegabile attesa di inoltro, suggerendo che alla controfirma provvedesse un ministro avente specifica competenza sugli aspetti documentali. Cioè il Guardasigilli, oppure il titolare o dei Rapporti col parlamento o degli Affari costituzionali. Così avvenne. Il tema era quello delle riforme costituzionali, delle quali, come noto, ancora si continua a discutere.
Resta il fatto, comunque, che opportunamente il Costituente di ottanta anni fa volle assicurarsi che il capo dello stato, nella sua qualità di rappresentante dell’unità nazionale, potesse sensibilizzare i cittadini su questioni interessanti il loro vivere civile e previde che ciò avvenisse attraverso le camere, depositarie della sovranità popolare.
La prassi e soprattutto gli strumenti offerti dalla tecnica per una più efficace comunicazione hanno poi portato i titolari del Quirinale a servirsi di mezzi più diretti ed immediati.
Confidò proprio Cossiga in un’intervista a Pasquale Chessa, a proposito dei suoi tanto frequenti quanto duri interventi pubblici e in forma estemporanea, quando era presidente della Repubblica:” Guardi che facevo una gran fatica, due anni e mezzo a esternare…”. A rivolgersi quotidianamente ai giornali diventando il “Grande esternatore, l’uomo che accendeva le famiglie italiane, le divideva, spaccava le coscienze”.
Non altrimenti, ma con toni più misurati, fecero altri rivolgendosi direttamente all’opinione pubblica.
E sta bene. Sempreché, come sentimmo dire a lui, a Francesco Cossiga – quando l’allora ministro del tesoro Giovanni Goria gli chiese il permesso di lasciare prima della conclusione una cerimonia alla quale ambedue presenziavano -: il presidente della repubblica non può intervenire sulla operatività concreta di ministri e del governo. A lui spetta solo:” avvisare, consigliare, incoraggiare, avvertire”.
Ed anche stavolta, raccontando ottant’anni di Repubblica, il discorso di fine anno di Sergio Mattarella ha seguito questo precetto..












