L’espressione “morire per Kabul”, solitamente, indica i sacrifici che, nel tempo, truppe di vari Paesi, per molteplici interessi, non sempre nobili, hanno sopportato per la conquista o la difesa dell’Afghanistan, identificato nella sua capitale Kabul.
Un primo riferimento può risalire al 1842, collegandolo alla disastrosa ritirata e sconfitta, nella guerra anglo-afghana, dell’esercito britannico che lasciò sul terreno oltre 16.000 uomini.
Un secondo lo si può inquadrare nell’invasione, era il 1979, dell’esercito sovietico che, dopo dieci anni, si ritirò unilateralmente per la resistenza che i mujaheddin opposero loro. Si evidenziarono le difficoltà di controllo di un Paese montuoso e ostile alle potenze straniere che contrastava con una strenua la guerriglia.
Un terzo richiamo può essere quello dell’intervento della NATO in Afghanistan, iniziato formalmente nel 2003 (missione ISAF) sotto mandato ONU. È stata la prima operazione “fuori area” dell’Alleanza al fine di sostenere il governo afghano e addestrare le forze locali. Il ritiro definitivo è stato nel 2021 con il ritorno al potere dei Talebani nel giro di pochi giorni.
Se ne deduce che l’Afghanistan non è malleabile e oppone difese difficili da aggirare o scalfire sia sotto l’aspetto religioso, sia culturale. Il territorio lo aiuta nella resistenza, affidata alla guerriglia.
Morire per Kabul è anche il titolo di un libro di Lucio Lami, uscito nei primi anni 2000.
Non pochi, trasversalmente, in Italia e all’estero sussurrano: “morire per Kiev?”. Molti, più che sussurrare, dimostrano eloquentemente di non volersi più impegnare per la martoriata Ucraina, come affermava Papa Francesco, invasa dalla Russia nel febbraio 2022.
L’Unione Europea è vittima di un fuoco incrociato sia esterno, sia interno. L’UE è bersagliata da attacchi, si auspica rimangano verbali, di Stati Uniti e Russia. Purtroppo al suo interno si manifestano anche quinte colonne tutt’altro che tacite. In un articolo di questa testata del settembre 2025, le quinte colonne vennero definite “una persona o, più generalmente, un gruppo di individui, infiltrati in un determinato territorio od organizzazione, i quali agiscono segretamente per favorire una parte avversa o chi abbia interesse a sabotare qualcosa o porre in cattiva luce qualcuno”.
Le quinte colonne europee sono uscite allo scoperto e si possono identificare nei Paesi con governi a tendenza autocratica.
Purtroppo il più grave problema, un vero e proprio handicap, per l’Unione Europea è la procedura dell’unanimità nelle decisioni in settori chiave quali: politica estera e di sicurezza comune (PESC) comprese sanzioni e missioni militari, adesione di nuovi Paesi membri, sicurezza e protezione sociale, imposizione fiscale, giustizia e affari interni (aree specifiche), finanze dell’unione. Come ben noto, chi si oppone alla modifica di tale procedura, che spesso paralizza i processi decisionali o li trasforma in ricatti politici, sono quegli stessi Paesi che possono essere annoverati tra le quinte colonne che ormai si sono palesate anche nei loro progetti autocratici. Faranno di tutto per inceppare gli ingranaggi decisionali dell’UE.
Sicuramente l’unanimità sarà un bellissimo progetto a livello ideale ma non certo politico per 27 Stati. Le minoranze di pensiero vanno tutelate ma non si può rimanere schiavi delle minoranze bloccando ogni processo decisionale.
Domandiamoci con franchezza: l’Unione Europea dovrà “morire per l’unanimità”?
Non capita di frequente di assistere al suicidio politico di uno Stato sovrano.
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